GOMITO DEL TENNISTA o EPICONDILITE LATERALE

L’epicondilite laterale, detta anche gomito del tennista, è una condizione dolorosa della zona laterale del gomito dovuta all’infiammazione della porzione omerale dei muscoli epicondilei.
Nel 90% dei casi lo stato flogistico-degenerativo è a carico del tendine del muscolo estensore radiale breve del carpo [1]. Questa tendinopatia affligge quasi il 3% della popolazione mondiale con un’incidenza simile per maschi e femmine [2].
La causa risiede nell’uso ricorrente di questo gruppo muscolare che può portare alla formazione di microlesioni tendinee associate ad un alterato processo riparativo, con un quadro che evolve in degenerazione tissutale [3].
Per questo motivo i pazienti più a rischio sono quelli che praticano sport come il tennis e la motocross o che eseguono una professione che richiede un ampio uso di sforzi manuali.
A livello istologico si evidenziano variazioni nell’allineamento delle fibre di collagene [4] e la presenza di fibroblasti ipertrofici e immaturi [3]. I vasi sanguigni neoformati non riescono a garantire il corretto apporto ematico determinando difficoltà nei processi rigenerativi [5].
Sulla base di queste caratteristiche sono stati proposti due metodi di classificazione dell’epicondilite, entrambi concordi nell’identificare il grado più severo con quello di maggiore densità cellulare [6].
Un’aumentata densità cellulare associata ad una non funzionale matrice extracellulare comporta un maggiore rischio di rottura tendinea, che si può quindi tradurre in lesioni macroscopiche a carico del corpo del tendine [6].
Il dolore, presente nella porzione laterale del gomito, è aggravato dalla palpazione epicondilea, dall’allungamento dei muscoli estensori e dalla loro contrazione. Dal punto di vista terapeutico è stato notato che la sola interruzione dell’attività sportiva è in grado di portare, nell’89% dei casi, a una risoluzione spontanea del dolore nell’arco di un anno [7].
Purtroppo applicare questo lungo periodo di riposo non è ottimale dal punto di vista sportivo; nelle fasi iniziali spesso si ricorre all’uso dei farmaci antinfiammatori non steroidei con il fine di moderare e controllare il dolore. Storicamente veniva anche fatto uso di tutori ortopedici per ridurre lo stress a livello tendineo ma recenti studi hanno evidenziato che tale pratica porta beneficio solo per effetto placebo e potrebbe addirittura risultare controproducente per una rapida risoluzione dell’infiammazione [8;9].
Un buon programma di stretching ed esercizi di rinforzo, meglio se eccentrici, sono in grado di garantire risultati migliori del solo riposo ma anche di terapie strumentali quali gli ultrasuoni [10;11]. Purtroppo un 10% dei casi non trae giovamento nemmeno da questo approccio fisico e tenderà a mostrare un quadro clinico in peggioramento [12]. Probabilmente questi pazienti sono quelli con danni e cambiamenti istologici più consistenti, coloro che probbilmente hanno tardato a rivolgersi ad uno specialista e ad iniziare le terapie [6].
Le infiltrazioni di corticosteroidi si sono rivelate fallimentari nel garantire miglioramenti a lungo termine [13;14]. Si è visto addirittura che con il tempo queste iniezioni determinano un peggioramento dei sintomi [13] probabilmente perché diminuiscono l’attività e la proliferazione dei tenociti e inibiscono la sintesi di collagene [15;16].
Diversi studi hanno preso invece in esame le infiltrazioni di gel piastrinico, ottenuto tramite lavorazione di sangue autologo, in quanto ricco di fattori di crescita. Questi fattori, agendo in sede lesionale, dovrebbero promuovere la chemiotassi, la proliferazione e la differenziazione cellulare stimolando così i processi riparativi [17;18]. Al giorno d’oggi però non esistono ancora evidenze sufficienti per affermare senza ombra di dubbio la loro efficacia, sebbene gli studi presenti mostrino risultati decisamente promettenti [19].
Come sempre, nei casi recidivi e cronici, si può tentare anche il trattamento chirurgico, che prevede la resezione della componente muscolo-tendinea con degenerazione tissutale. La ripresa dell’attività sportiva deve rispettare la diminuzione e la scomparsa del dolore.
Un programma terapeutico adeguato dovrebbe puntare sul rinforzo muscolare senza trascurare lo stretching specifico per il muscolo. I carichi di allenamento dovrebbero essere progressivi in modo da evitare improvvise richieste di lavoro da parte del muscolo interessato, evitando così possibili ricadute.