La fascia plantare è costituita da tre strati di tessuto connettivale denso che origina dal tubercolo mediale del calcagno e si inserisce alla base di ogni falange prossimale del piede [1].
La sua funzione è quella di elevare e rinforzare l’arco longitudinale mediale per contribuire allo sviluppo della spinta in avanti del piede in appoggio al suolo [2].
La fascite plantare è una condizione cronica degenerativa di aponeurosi causata da ripetute sollecitazioni che possono indurre la formazione di microlesioni e conseguenti risposte infiammatorie [3].
Il dolore è presente nella parte mediale della pianta del piede, specialmente a livello della sua origine calcaneare, e aumenta con la palpazione della zona e con la dorsiflessione passiva del piede e l’estensione delle dita. Muovere i primi passi della giornata risulta essere maggiormente doloroso, così come stare prolungatamente in piedi [4]. La diagnosi, di tipo clinico, basata sulla valutazione della zona e sulla raccolta anamnestica, permette di eseguire una corretta diagnosi differenziale con altre condizioni cliniche come fratture calcaneari da stress, problematiche neurogeniche e borsiti retrocalcaneari. Nei casi più complicati e duraturi si ricorre alla risonanza magnetica per valutare l’eventuale presenza di altre concause [4].
Nei soli USA si registrano in un anno più di un milione di diagnosi mediche di fascite plantare [5].
Questa condizione clinica è largamente diffusa negli ambienti sportivi ma anche nelle persone di età compresa tra i 45 e i 64 anni, specie di sesso femminile. La presenza di un piede piatto o cavo può essere considerato, unitamente al tipo di disciplina praticato, come un fattore di rischio. Gli atleti più soggetti sono i mezzofondisti e, in più di un terzo dei casi, la fascite coinvolge entrambi gli arti [6].
Il trattamento è per il 90% delle volte non-chirurgico. In una fase iniziale si può decidere, a seconda dei casi, di interrompere o meno l’attività fisica e valutare se migliorare la componente dolorosa con l’uso di farmaci antinfiammatori non-steroidei [7].
Le iniezioni di corticosteroidi vengono utilizzate per migliorare la fase acuta ma non sono in grado di produrre risultati rilevanti nel lungo termine [8];
inoltre tali iniezioni possono aumentare il rischio di infezioni e atrofia del cuscinetto adiposo plantare e determinano nel 10% dei casi la rottura della fascia plantare [9].
Per gestire il dolore e l’infiammazione, specie in fase acuta, è anche utile usare a fine giornata una bottiglietta di acqua ghiacciata e farla passare avanti e indietro sotto al piede per due minuti [10].
Lo stretching della catena muscolare posteriore, in particolare del polpaccio e della fascia plantare, sembra essere in grado di dare i migliori risultati a breve e lungo termine, specie se eseguito ripetutamente e con costanza [7,11].
A tale proposito è stato notato nella pratica clinica quotidiana come una dorsiflessione passiva del piede, mantenuta durante il sonno notturno, possa dare ottimi risultati e migliorare notevolmente i tempi di recupero. Questo probabilmente perché, mantenendo il piede in quella posizione, con l’aiuto delle coperte, si ricrea una situazione di stretching di fascia e polpaccio che dura diverse ore. L’uso di ortesi plantari per questo tipo di problema è molto dibattuto e i risultati, seppure incerti, tendono a individuare l’uso dei plantari come non determinante nel risolvere il problema [12]
o comunque non significativamente migliore di altre terapie [13].
La terapia con gli ultrasuoni è stata recentemente investigata; sebbene non ci siano sufficienti evidenze a supporto della sua efficacia, è stata quantomeno considerata come sicura e non dannosa [14].
Dal punto di vista osteopatico si possono eseguire delle tecniche di strain-counterstrain locali per ridurre il dolore in fase acuta [15]
e lavorare sulla postura del paziente per eliminare eventuali cause di carico podalico alterato e differenze nella biomeccanica di corsa. Nei casi i cui non si registrino miglioramenti nonostante vari tentativi di portare avanti trattamenti conservativi, si ricorre alla chirurgia. Con l’operazione il dolore sparisce o si riduce nel 75% dei pazienti che si sottopongono a release chirurgico della fascia [16].
Alla luce di quanto esposto emerge che un approccio multimodale per la fascite plantare risulta essere la via migliore. Dopo una corretta diagnosi medica, con l’unione di osteopatia e fisioterapia, insieme allo stretching e all’eventuale uso di ortesi, si dovrebbe arrivare alla risoluzione del problema. La chirurgia sarebbe da considerare soltanto nei casi in cui tutti gli altri metodi terapeutici risultassero fallimentari.

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