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"COACHING MENTALE"


DI FABIO FOSSATI




A questo link Un Sogno Grande Una Vita di Fabio Fossati
(Clikka)



CAMP SCUOLA DI TECNICA ,MA SOPRATTUTTO SCUOLA DI VITA.

I camp hanno una connotazione estiva: basket ,calcio, pallavolo e ovviamente anche tanti altri sport sono attività che, ricalcando uno stesso format, danno la possibilità a tanti giovani di continuare o iniziare a cimentarsi nell’attività agonistica.
Fare un camp significa andare oltre ad un semplice significato sportivo , partecipare ad un un camp ha una valenza molto più profonda, il camp è una grande scuola di vita.
La mia prima esperienza in un camp risale a molti anni fa , 1972.
Dopo una stagione agonistica, dura , impegnativa , frustrante , per la prima volta ero lontano da casa, giocavo nella squadra di Roma, pensavo di tornare al " paesello" per le mie vacanze.
Il mio club decise di mandarmi per un mese negli Stati Uniti; avrei partecipato a quattro camp in diverse parti del paese. Eccitante da un punto di vista, ma per niente contento perché volevo fare le vacanze e soprattutto non avevo idea di cosa avrei dovuto affrontare.
Le sorprese in quei trenta giorni furono tante.
Giocavo otto ore al giorno, mangiavo panini con fette di tacchino e bevevo bicchieri di coca cola gelata tra una partita e l'altra . Subivo botte tremende alla mia autostima di giocatore, in fondo in Italia ero abbastanza conosciuto e venivo considerato un prospetto interessante. Ragazzini di colore con scarpe con la suola di cuoio mi schiacciavano in testa, quando giocavo poi non la prendevo mai e non mi passavano mai la palla .
La sera stanchissimo dormivo in camerate di college con bagni in comune dove, nei momenti di intimità fisiologica, mi trovavo gomito a gomito con qualche studente che proprio non si poneva alcun problema , io rosso dalla vergogna.
Tutto negativo? Assolutamente no . Da quell'esperienza presi consapevolezza che solo lavorando in estate, lontano dalle tensioni del campionato, avrei potuto migliorare. Solo tecnicamente?Assolutamente no. Il confrontarsi con realtà nuove , decisamente molto competitive, dove dovevo lottare per strappare ogni secondo sul campo ad avversari assatanati, mi aiutò a crescere psicologicamente. Imparai ad accettare la “legge del play ground” dove giochi se vinci, altrimenti vedi giocare gli altri e aspetti pazientemente il tuo turno , aspettare significa stare ad osservare anche per più di un'ora per poi avere un'altra chance.
Dopo quella prima esperienza ce ne sono state tante altre , non solo come giocatore , ma anche come allenatore. Tuttora non passa un'estate in cui non mi cimenti in un camp. St.John University, Notre Dame University, Pocoono Camp,Boston Collegge, NBA camp,International Basketball camp Messaggero Roma, Jam camp,Fibaeuropa camp; Stati Uniti, Italia,Slovenia , Croazia , Ungheria , Polonia, Russia sono state alcune delle tappe incisive nel mio percorso sportivo.
Ho avuto la possibilità di crescere non solo come giocatore ed allenatore, sono cresciuto come uomo,IL CAMP SCUOLA DI VITA.


FABIO FOSSATI


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GLI OBIETTIVI.



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VINCERE, PERDERE.

TROPPO SPESSO NEL MONDO DELLO SPORT IL TUTTO SI RISOLVE PARLANDO DI VITTORIA O SCONFITTA.
È OVVIO CHE CHI COMPETE HA COME OBIETTIVO QUELLO DI PRIMEGGIARE.
IN ASSOLUTO IL VINCERE È QUALCOSA COMPLETAMENTE FUORI DAL NOSTRO CONTROLLO.
PENSIAMO DI AVER FATTO TUTTO AL MEGLIO, MA POI TROVIAMO UN AVVERSARIO PIÙ FORTE DI NOI E NON OTTENIAMO IL SUCCESSO IN CUI SPERAVAMO E CHE AVEVAMO PREPARATO CON GRANDE LAVORO.
PER UN ATLETA E PER UN ALLENATORE IL PEGGIOR PERICOLO È QUELLO DI FOCALIZZARSI ESCLUSIVAMENTE SULLA VITTORIA.
ALLA FINE UNO SOLO VINCE E GLI ALTRI…..? QUELLI CHE NON HANNO VINTO COME SONO ETICHETTATI? PERDENTI? ASSOLUTAMENTE NO, SE HO FATTO DI TUTTO PER PREPARARMI BENE E POI HO PERSO NON SONO UN PERDENTE, SEMPLICEMENTE HO TROVATO UNO PIÙ BRAVO DI ME.
QUESTO È UN PASSAGGIO MOLTO DELICATO NELLA CARRIERA DI UN COACH O DI UN ATLETA. IL PENSARE CHE LA NOSTRA AUTOSTIMA SIA ALIMENTATA SOLO ED ESCLUSIVAMENTE DAL FATTO CHE POSSIAMO VINCERE È DAVVERO DEMENZIALE. ATLETI ED ALLENATORI PERDONO IN AUTOSTIMA QUANDO NON RIESCONO A VINCERE.
VINCERE È IMPORTANTE, MA ESSERE CONDIZIONATI SOLO DALLA VITTORIA PUÒ CONDIZOZIONARE UNA CARRIERA E PUÒ FAR DIVENTARE FRUSTRANTE LA PROPRIA VITA, CON DOMANDE A CUI NON SI RIESCE A DARE UNA RISPOSTA.
GLI ATLETI E GLI ALLENATORI DOVREBBERO DARE MAGGIOR IMPORTANZA AL LAVORO CHE FANNO NEL PREPARARE LE COMPETIZIONI; È IL LAVORO CHE QUALIFICA ED È DALLA LAVORO CHE VIENE SVOLTO CHE BISOGNA PARTIRE PER VOLERE BENE A SE STESSI.
LE COMPETENZE, LE CONOSCENZE MATURATE IN ANNI DI DURO LAVORO E STUDIO VALGONO IN ASSOLUTO PIÙ DEL FATTO DI AVERE VINTO.NELL’IMMAGINARIO COMUNE UN ALLENATORE VIENE RICORDATO PER LE VITTORIE, MA UN ALLENATORE A PRESCINDERE DALLE VITTORIE DEVE ESSERE FIERO SE HA CREATO UNA MENTALITÀ, UN SISTEMA , UNA TRACCIA CHE RESTERÀ PER SEMPRE.
NELLA VITTORIA CI SONO RISVOLTI PERICOLOSI SE NON VENGONO ANALIZZATI CON UNA CORRETTA CAPACITÀ CRITICA.
LE VITTORIE ALIMENTANO L’EGO E A VOLTE TI FANNO VEDERE LA REALTÀ IN MODO DISTORTO. CI SONO PERSONE CHE FAREBBERO DI TUTTO PER VINCERE MAGARI USANDO ANCHE MEZZI ILLECITI.
CI SONO ALLENATORICHE DOPO UNA VITTORIA, UN TITOLO , UNO SCUDETTO, UN PRIMATO, PENSANO CHE IL LORO SISTEMA SIA INFALLIBILE. FORSE IL LORO SISTEMA HA FUNZIONATO IN QUELLA OCCASIONE, MA NON È DETTO CHE LO POSSA FARE IN ALTRE SITUAZIONI.
IL VALUTARE COME SI È ARRIVATI ALLA VITTORIA, IL CONSIDERARE TUTTE LE VARIABILI PUÒ AIUTARE UN ALLENATORE O UN ATLETA A PREPARARSI A VINCERE DI NUOVO. PENSARE CHE IL PROPRIO SISTEMA SIA INFALLIBILE È L’INIZIO DI UN FALLIMENTO.
NON SI PUÒ APPREZZARE UNA VITTORIA SE PRIMA NON SI PASSA ATTRAVERSO UNA SCONFITTA. LE SCONFITTE SONO PUNTI DI RIPARTENZA SE INTERPRETATE E VALUTATE NEL MODO GIUSTO.
LA SCONFITTA DEVI LASCIARLA ALLE SPALLE, CERCARE DI DIMENTICARLA AL PIÙ PRESTO.
PERDERE NON È LA FINE DEL MONDO E CON FIDUCIA POSSIAMO RIPARTIRE PER INIZIARE UN NUOVO CICLO DI VITTORIE.
DARE O CERCARE SPIEGAZIONI NON DEVE ESSERE UN’ESASPERATA RICERCA ALLE CAUSE CHE CI HANNO PORTATO AD OTTENERE UN’INSUCCESSO.
GLI ALLENATORI DOVREBBERO IMPARARE DAI GRANDI GIOCATORI CHE NON PERDONO TROPPO TEMPO A RICERCARE LE CAUSE; INVESTONO NELLA SCONFITTA LA RICERCA DI MOTIVAZIONI, ENERGIE PSICOLOGICHE E FISICHE PER TORNARE ALLA VITTORIA.


“NELLA MIA CARRIERA HO PERSO PIÙ DI 300 PARTITE, SBAGLIANDO PIÙ DI 9.000 TIRI, 26 VOLTE I MIEI COMPAGNI MI HANNO AFFIDATLO L’ULTIMO E DECISIVO TIRO DI UNA PARTITA E L’HO SBAGLIATO. HO FALLITO 1000 VOLTE, MA È PER QUESTO CHE ALLA FINE HO VINTO TUTTO” - (MICHEL JORDAN)


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STABILIRE OBIETTIVI

Uno dei compiti fondamentali di un allenatore è quello di stabilire obiettivi chiari e raggiungibili.
La chiarezza è fondamentale e troppo volte è vanificata da dichiarazioni del tipo” alleniamoci e poi vediamo cosa succede nel corso della stagione”. Queste parole creano solo confusione nella testa degli atleti.
Un obiettivo deve essere credibile per essere raggiunto, per questo motivo un allenatore deve avere ben chiaro un punto di partenza, un RIFERIMENTO da cui partire.
Non possiamo pensare di vincere lo scudetto se il valore dei nostri atleti è medio e nella passata stagione abbiamo rischiato di retrocedere. Più verosibilmente il nostro obiettivo quest’anno sarà quello di raggiungere il play off. Il tutto non può prescindere dal fatto che lo stesso allenatore abbia obiettivi personali.
Se un allenatore non ha chiaro cosa vuole per sé, non potrà mai aiutare la sua squadra e i suoi atleti ad ottenere successi. Il segreto poi sta nella condivisione degli obiettivi e deve essere chiaro che l’impegno e il coraggio non saranno sufficienti se non si ha ben chiaro dove si vuole arrivare.
La condivisione degli obiettivi un allenatore può gestirla per esempio nella fase di preparazione alla stagione agonistica. Chiedere agli atleti , per esempio durante una riunione conviviale, come “vorrebbero essere ricordati alla fine del campionato, come fare , cosa fare, come essere”. Il tutto poi messo su carta come una dichiarazione d’intenti firmato in una parte ben visibile dello spogliatoio !!!
Questo è un documento che in momenti di difficoltà può essere usato per ricordare ai propri atleti ciò che avevano dichiarato e sottoscritto.

SE HAI OBIETTIVI CHIARI IL LAVORO CHE DEVI FARE PESA MENO E SI INNESCA LA COMPONENTE DIVERTIMENTO, E PIÙ TI DIVERTI E PIÙ TI ALLENI, PIÙ TI ALLENI PIÙ MIGLIORI, PIÙ MIGLIORI E PIÙ HAI POSSIBILITÀ DI SUCCESSO


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LA SFIDA

Mi ritengo una persona fortunata , ho fatto del mio hobby, il basket, una professione, prima come giocatore poi come allenatore. Tante volte mi è stato chiesto qual è stata la spinta che mi ha coinvolto totalmente nello sport. Sicuramente la passione è una molla imprescindibile. Se hai passione fai tutto,”scali anche l’Everest con le scarpe da tennis”. Ci sono però altre componenti che interagiscono bene con il concetto di passione, anzi lo completano. Perché sei andato ad allenare in Russia , in Svizzera, in Cameroun?
La risposta più semplicistica potrebbe essere: sono un allenatore e vado dove mi chiamano.
Sinceramente avrei preferito allenare sempre nel mio paese, ma faccio parte di quella categoria di allenatori che ”non possono scegliere”. Ti offrono e tu devi andare, se non lo fai tu, lo fa un altro. Le valige sono sempre lì, pronte in un angolo. Alla base c’è la passione, ma soprattutto c’è la sfida.
Lo sport a tutti i livelli è SFIDA.
Penso che lanciare una sfida sia una delle più grandi motivazioni che si possano avere. Lanciare una sfida ha diversi significati: provare a vincere dove altri hanno fallito, fare qualcosa di speciale in condizioni difficili, con poche risorse, in mezzo a complicazioni ambientali. A volte c’è la sensazione che ci sia timore quasi paura ad accettare una sfida, forse qualcuno è più o meno predisposto a mettersi in gioco. Ho sempre pensato che accettare una sfida rappresenti qualcosa di semplicemente straordinario, anche se il timore di fallire è sempre stato presente nei miei pensieri, anzi a volte ha condizionato il mio operato. Difficile nel nostro immaginario comune esporsi, più facile dire: lavoriamo e vedremo come andrà.
Pochi i coraggiosi che chiaramente dicono: VINCEREMO IL CAMPIONATO, PARTECIPEREMO AL PLAY OFF, CI SALVEREMO.
Questo timore è semplicemente paura della critica, se ti sei esposto devi sapere che se fallirai sarai nell’occhio del ciclone, avrai” i serpenti nella pancia” . Forse basterebbe dire a sé stessi: non ci sono riuscito, ho fatto degli errori o considerare anche che c’è qualcuno più bravo di te. Comunque meglio il rimorso per aver sbagliato, ma mai un rimpianto per non aver provato.



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GLI ATLETI VOGLIONO ESSERE ASCOLTATI

Nello sport è consuetudine evidenziare quello che non va piuttosto che quello che funziona. Questo aspetto condiziona moltissimo le prestazioni degli atleti sia che siano giovani o senior; potremmo dire che è uno dei motivi di frustrazione principali. Se facciamo riferimento ad atleti professionisti non dovremmo scordarci che il loro lavoro è lo sport e sono sicuramente eccellenti perché hanno lavorato tutta la loro vita ; hanno molto da dare oltre le loro abilità, ma se cercano di parlare vengono etichettati come” non allenabili” o peggio. Un atleta dovrebbe essere così forte e sicuro di da non essere condizionato da certi giudizi. L’atleta deve confidare nelle sue abilità e sulla sua capacità critica che lo deve spingere oltre il pensiero degli altri Un famoso giocatore di basket NBA diceva: “ Se nessuno crede in te, tutto quello che fai è positivo. C’è una ragione per cui gioco con il numero 0 sulla maglia; so che ogni giorno devo uscire e lottare per conquistare la mia credibilità” C’è un aspetto che ogni allenatore e dirigente dovrebbe tenere in considerazione se c’è l’ambizione e il sogno di costruire una grande squadra.

ASCOLTARE I PROPRI ATLETI

Una delle cose di cui si lamentano i giocatori è quella che gli allenatori non li stanno a sentire. Questo è invece un passaggio fondamentale nella gestione di una squadra. Se un allenatore ascolta i suoi giocatori , quella squadra è destinata a lavorare bene .Se un allenatore si chiede : “ piace ai miei giocatori quello che facciamo?” mette in moto un meccanismo di collaborazione occulta che porta ai risultati. Queste affermazioni devono essere interpretate nel modo giusto. Non deve l’allenatore fare ciò che vogliono i giocatori , ma deve stare semplicemente a sentirli e valutare i loro pensieri ,poi la decisione finale ovviamente sarà sua. Gli atleti soprattutto nel mezzo di una competizione hanno il polso della situazione, sono nella partita mentre l’allenatore sta oltre la linea che delimita il campo da una panchina a bordo campo. Quella linea è come tutti gli Oceani messi insieme e per questo motivo a volte i messaggi non arrivano o vengono interpretati male. Un allenatore deve sentirsi fortunato se nella sua squadra ha 2/3 “collaboratori occulti” che sposano le sue idee. Sono i suoi “PRETORIANI” che nei momenti difficili sanno cosa fare e cosa dire ai loro compagni.

UNA PAROLA DEI “ PRETORIANI” IN MOLTE OCCASIONI VALE MILLE PAROLE DI UN ALLENATORE<



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IL DIALOGO INTERNO

Almeno una volta nella vita di tutti noi siamo stati oggetto di quello che gli specialisti definiscono” dialogo interno”. Una volta nella vita? Assolutamente no perché il dialogo interno è una costante di tutti i giorni. È un meccanismo che non fa nessuna distinzione tra professione, donne, uomini, top manager, impiegati , sportivi ecc.
Nessuno si sottrae. Nel coaching il dialogo interno è fondamentale e rappresenta una delle tecniche più efficaci e praticate per aiutare le persone a raggiungere l’obiettivo desiderato. Noi siamo esseri pensanti, riflettiamo continuamente, sia in modo positivo che negativo influenzando le attività che stiamo svolgendo in quel preciso momento.

PERCHÉ NON MODIFICARE QUESTI PENSIERI PER MIGLIORARE LA NOSTRA PRESTAZIONE?
Il dialogo interno non è altro che la voce della nostra coscienza, il processo per cui le persone parlano mentalmente a se stesse, una voce interiore che commenta, che si interroga. Ha una forza incredibile perché può indirizzare verso gli abissi o verso il paradiso. Può dare la spinta giusta ad incoraggiare, ma anche a paralizzare. Influenza positivamente o negativamente le attività che un individuo sta svolgendo.

REGOLE PER OTTENERE UN VANTAGGIO DAL DIALOGO INTERNO

1) FRASI ISPIRATE : VOGLIO STARE BENE E NON NON VOGLIO SOFFRIRE. IL NON LA NOSTRA MENTE NON LO LEGGE.
2) FARSI DOMANDE UTILI CHE NECESSITANO DI RISPOSTE POSITIVE.
3) DARE UN VOLTO ALLA PAURA
4) CAMBIARE I PENSIERI TOSSICI IN PENSIERI POSITIVI.
5) NON INSULTARSI, DARSI FRASI DI INCORAGGIAMENTO E DI APPREZZAMENTO.
6) EVITARE PAROLE COME MAI,SEMPRE,TUTTI
ESEMPIO :FACCIO SEMPRE LO STESSO ERRORE TUTTI I GIORNI.MEGLIO SAREBBE DIRE: HO FATTO LO STESSO ERRORE CHE MI È CAPITATO DI FARE IN PASSATO. 7) CRITICARE IL COMPORTAMENTO SPECIFICO E NON LA NOSTRA PERSONA ESEMPIO: SONO UN FALLITO, MEGLIO DIRE :IN QUELLA OCCASIONE HO FALLITO.

8) PAROLE E FRASI POSITIVE :

POSSO FARCELA - SONO IN GRADO DI RIUSCIRCI
STAI TRNQUILLO - UN ALTRO BUON RISULTATO
SII FIDUCIOSO - CON LA CALME SI RISOLVE TUTTO
STAI FACENDO LA COSA GIUSTA

Queste frasi inducono la fiducia che ci induce ad essere più sicuri
Se una persona è più sicura è anche più coraggiosa. Se sei coraggioso sei portato ad agire.Se agisci hai più chance di arrivare al traguardo.
Di solito le persone hanno un dialogo interno negativo perché nei primi anni della vita le critiche vengono utilizzate molto più frequentemente che gli apprezzamenti e soprattutto hanno più probabilità di fissarsi nella memoria.

PARLANDOSI MEGLIO SI AVRÀ MODO DI ASSUMERE DECISIONI MIGLIORI.

Migliorare il dialogo interno ha una doppia importanza perché comunicare bene co se stessi significa migliorare la comunicazione con gli altri.


PIÙ CI PIACCIAMO E PIÙ TROVEREMO RISCONTRI POSITIVI NEGLI ALTRI, PIÙ RISPETTIAMO NOI STESSI E MEGLIO INTERAGIREMO CON GLI ALTRI.

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LEADERSHIP


Nello sport leadership significa prendere decisioni, motivare gli atleti, farli crescere per portarli a raggiungere i loro obiettivi, stabilire relazioni interpersonali e avere capacità di dirigere un team con sicurezza. Un leader sa delineare un percorso e dare una visione di quello che può essere. La leadrship è la capacità di un individuo di influenzare, motivare,o rendere altre persone capaci di contribuire al raggiungimento del successo. Il leader non è un capo è solo e semplicemente colui che fa crescere le persone attorno a lui. Essere leader significa innanzitutto saper guidare se stessi, con la consapevolezza dei propri pregi, limiti, punti forti, punti deboli. Avere l’abilità di sviluppare un ambiente sociale e psicologico ideale affinchè possano essere raggiunti gli obiettivi prefissi. Questo si chiama “cultura aziendale” negli affari “ cultura sportiva” nel mondo dello sport.

CREARE UNA CULTURA


Creare una cultura significa selezionare, motivare, premiare, compattare i membri di un team che comprende: giocatori, assistenti, genitori, e chiunque partecipi all’organizzazione del gioco. I coach devono creare un ambiente dove ogni atleta abbia la possibilità di raggiungere il miglior risultato, cosi aiuterà il team ad avere successo.

DIFFERENZA TRA LEADER E MANAGER


Un manager si cura dell’organizzazione, preventivi, organizza il lavoro; un leader propone idee, si preoccupa più della condizione e dell’orientamento piuttosto che dell’organizzazione. Troppi team sono amministrati in stile manageriale e pochi sono “condotti”. I coach dovrebbero essere leader, ma troppo spesso sono solo istruttori. Un istruttore dice alle persone cosa devono fare, un leader migliora ed influenza la crescita delle persone, è focalizzato sui risultati futuri, cerca di migliorare la personalità e la vita dei suoi collaboratori. Si preoccupa di come le persone si comportano nella vita e gli obiettivi a cui mirano.

LE FUNZIONI FONDAMENTALI DI UN LEADER


Assicurarsi che si vada vero i propri obiettivi, assicurarsi che le necessità siano soddisfatte: gli allenatori devono essere sicuri che agli atleti piaccia ciò che stanno facendo e che sono contenti per risultati che ottengono. Un leader deve dare un sacco di suggerimenti ed informazioni, avere approcci sempre positivi, essere d’esempio, fare dimostrazioni brevi e chiare. I coach di successo insegnano non solo tecnica, ma danno informazioni come reagire allo stress focalizzandosi anche sull’allenamento delle capacità mentali. Fanno simulazioni di gare nell’allenamento.

CREARE UNA CULTURA DI SQUADRA


Si costruisce per esempio coinvolgendo gli atleti nel definire gli obiettivi, Dare responsabilità agli atleti in grado di sostenerle, dimostrare una conoscenza approfondita della materia, avere rispetto, premiare i risultati.

I QUATTRO ELEMENTI PER UNA LEADERSHIP DI SICURA QUALITÀ
INTEGRITÀ
LEALTÀ
FLESSIBILITÀ
SICUREZZA IN SE STESSI

LA LEADERSHIP E’ UN ALLENAMENTO PER CONQUISTARE IL CUORE DELL’UOMO E FARE IN MODO CHE CREDA IN TE. SI COMINCIA AD ESSERE LEADER QUANDO GLI ALTRI INIZIANO A COPIARCI. TUTTI VOGLIONO ESSERE DEI VINCENTI. LA DIFFERENZA E’ CHE NON BASTA ESSERLO CON LE PAROLE, MA BISOGNA REALIZZARLO ATTRAVERSO IL DURO LAVORO UN LEADER NON DEVE ESSERE DURO, DEVE ESSERE SEMPLICEMENTE SE STESSO NON TEMERE GLI INSUCCESSI.IL TIMORE DEGLI INSUCCESSI RIDUCE LA FIDUCIA. L’INSUCCESSO NON E’ ALTRO CHE UN RISULTATO NEGATIVO UN LEADER AIUTA LE PERSONE A TROVARE LE PROPRIE MOTIVAZIONI, RICORDANDO CHE IL TERMINE MOTIVARE SPESSE VOLTE VIENE CONFUSO CON MANIPOLARE. MOTIVARE PERCHÉ UNA PERSONA TROVA DENTRO DI SE L’ESSENZA PER ARRIVARE AL PROPRIO OBIETTIVO. MANIPOLARE QUANDO UNA PERSONA VIENE SPINTA A RAGGIUNGERE UN’OBIETTIVO CHE NON È SUO ,MA DEL SUO CAPO.


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LA COMUNICAZIONE


La comunicazione è uno dei principali ingredienti che permettono ad un allenatore di migliorare le performance e la crescita personale dei loro atleti. La comunicazione tra atleta ed allenatore è efficace se l’allenatore spiega il motivo del “perché” si sta facendo una certa cosa Gli atleti faranno di tutto se gli viene spiegata la ragione per cui l’allenatore chiede loro di eseguire un certo schema , un esercizio, un lavoro fisico. Alle persone piace sapere il perché, per questo motivo se un allenatore vuole avere successo deve sapere comunicare e , non solo con gli atleti, ma anche con gli altri preparatori, con il pubblico, e con i media. Uno degli obiettivi che mi pongo sempre quando sto allenando è quello che, in presenza di addetti ai lavori di far capire cosa sto facendo. Dall’altra parte quando mi capita di seguire un allenamento, voglio capire cosa sta facendo il coach, quali obiettivi vuole raggiungere con la sua seduta di training. A volte capisco , altre no. Se non capisco chiedo il perché delle cose. Le risposte sono sempre dettagliate e chiare, ma perché poi le loro squadre fanno fatica a mettere in pratica ciò che gli viene detto. O meglio capiscono o no ciò che gli viene spiegato? Ci sono allenatori giovani che sanno tutto dello sport che insegnano o meglio cercano di insegnare. Sono enciclopedie , ma i risultati delle loro squadre sono spesse volte fallimentari vanificando attraverso una cattiva comunicazione studio , partecipazione a clinic, riunioni , video e quant’altro. Perché? Quando un atleta continua a sbagliare è solo colpa sua o forse noi stiamo insegnando in modo sbagliato? Ad un atleta non seve sentirsi dire solo : Hai sbagliato, non dovevi fare quell’errore. Credo che un allenatore non sia pagato per spiegare che non bisogna fare errori , un allenatore deve dire che cosa un atleta deve fare per evitare di sbagliare. Uno dei segreti per comunicare correttamente con i propri giocatori è quello di stare ad ASCOLTARLI che non significa starli a sentire, ma valutare la loro reazione a ciò che proponiamo.

GLI ALLENATORI IMPARANO DAGLI ATLETI. GLI ATLETI A VOLTE SI LAMENTANO PERCHE’ GLI ALLENATORI NON LI STANNO A SENTIRE.


Un allenatore deve avere empatia nel senso che deve vivere e provare le sensazioni del suo atleta nel bene e nel male. Gli atleti vogliono che i coach capiscano la loro situazione soprattutto quando sono in difficoltà. Gli atleti non hanno bisogno della simpatia del coach. La simpatia è commiserazione , l’empatia è partecipazione.

NON E’ IMPORTANTE QUELLO CHE DITE LORO, E’IMPORTANTE CIO’ CHE SENTONO


Gli allenatori devono sapere COMUNICARE perché sapere comunicare è il fulcro del successo. A volte si pensa, sbagliando, che un buon comunicatore è colui che parla bene , che sa affabulare una platea con belle parole. Per comunicare bene si deve andare oltre le parole: DIMMI E IO DIMENTICHERO’; MOSTRAMI E FORSE RICORDERO’; COINVOLGIMI E IO CAPIRO’. Un allenatore non deve scordare che la sua comunicazione sarà efficace solo se saprà rapire il cuore dei suoi atleti. I messaggi devono essere chiari e concisi,. Scegliere il momento e il posto giusto per inviare un messaggio e per questo motivo dobbiamo ricordarci di portare sempre a termine ciò che diciamo. Ma le parole non bastano. I messaggi più incisivi sono quelli non verbali: gesti del corpo, tono della voce, espressioni del viso. Questi messaggi sono difficili da nascondere perché svelano atteggiamenti e sentimenti che proviamo per l’altro individuo. La comunicazione non verbale è molto potente e tremendamente delicata per questo motivo un coach deve stare molto attento perché un atteggiamento sbagliato può creare disastri. Un vecchio allenatore diceva che nel suo lavoro si paragonava ad un chirurgo mentre stava operando. Un piccolo errore di un millimetro con il bisturi avrebbe creato un disastro. Nel linguaggio del corpo sta il segreto di un buon rapporto e di una buona comunicazione con un atleta. Gesti , movimenti delle mani dei piedi, pacche sulle spalle , contatti fisici possono sembrare appropriati , ma a volte vengono mal interpretati. Un allenatore deve sempre prendere la responsabilità di ciò che sta dicendo .Dando informazioni complete e non a metà. Evitando di mandare più messaggi in una sola volta, cosi facendo si evita di creare confusione ad un atleta. Il comunicare non prescinde assolutamente dal sapere ascoltare e dal ricevere dei feedback. Attraverso l’ascolto o la reazione dei nostri atleti noi sappiamo se stiamo lavorando bene o male. Molti allenatori colpevolizzano i loro atleti per il fatto che continuano a fare errori. Ma se un atleta comunicazione un allenatore deve chiedere esattamente quello che vuole. Essere “ specifici” significa favorire e capire le necessità di un atleta. Un coach dovrebbe avere pochi ma chiari concetti quando lavora con la sua squadra:

COMUNICARE SEMPRE LE RAGIONI
DIMOSTRARE SEMPRE EMPATIA E NON SIMPATIA
USARE SEMPRE UN APPROCCIO POSITIVO
ESSERE COERENTE
RESTARE CALMO ANCHE SOTTO PRESSIONE
EVITARE SARCASMI O DENIGRAZIONI
USARE UN LINGUAGGIO CHE SI FOCALIZZA SULLE SOLUZIONI E NON SUI PROBLEMI



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COME ALLENATORE SVILUPPARE UNA “FILOSOFIA”


Parlare di sport ed affiancare ad esso il termine “filosofia”,potrebbe sembrare esagerato in relazione al nostro modo di interpretare lo sport stesso. Nel panorama sportivo è pur vero che alcuni grandi allenatori erano o sono dei filosofi, persone di cultura e saggezza. Per questi allenatori,filosofia e sport non si escludevano,anzi, erano una cosa sola. Allenare significa credere in qualcosa, nel gioco, nell’atleta, nella ricerca dell’eccellenza, nella ricerca di una sfida, nella lotta per vincere. Queste persone sono in grado di cambiare gli individui e di ispirarli e spronarli ad ottenere risultati sorprendenti. La conseguenza che questi atleti hanno ottenuto risultati che vanno oltre lo sport, solidificando prospettive molto più profonde sulla vita, sulle persone e soprattutto su loro stessi.
“La leadership come l’allenamento è una lotta per conquistare il cuore e la mente dell’uomo e fare in modo che creda in te”
“Agisci in modo corretto. Fai del tuo meglio. Tratta gli altri come tu stesso vorresti essere trattato”
“Vincere o perdere, ma fallo in modo corretto”
“Vincere non è tutto, ma mettercela tutta lo è”
Credo che nella nostra professione di allenatore dobbiamo analizzare bene che cosa è importante per noi. Questa analisi non può prescindere dal come noi siamo nella vita di tutti i giorni. Se vogliamo sviluppare una filosofia dobbiamo essere consapevoli di ciò che è importante per noi, più conosciamo noi stessi e più sarà facile allenare ,ma soprattutto sapere cosa vogliamo ottenere dai nostri giocatori,atleti,dalle nostre squadre.
Possiamo considerare una ”filosofia” come una nostra convinzione di base che guida il nostro comportamento. Gli allenatori devono trasmettere non solo con le parole,ma anche con le “azioni”. Una sensata filosofia di allenamento è il mattone portante con cui aiutare gli atleti a sviluppare le loro capacità sia fisiche che mentali necessarie per avere successo.

In una filosofia ci devono essere 2 elementi:
Obiettivi principali, ciò che si vuole conquistare.
Valori e principi che aiutano a perseguire gli obiettivi.
Esempio se uno degli aspetti base potrebbe essere: “la partecipazione allo sport è più importante del vincere”, di conseguenza si valorizzerà di più il singolo,rispetto al risultato finale,spesse volte ottenuto facendo giocare solo i migliori.

VANTAGGI NELLO SVILUPPARE UNA FILOSOFIA.


Auto consapevolezza
Sviluppare una propria filosofia di allenamento da maggiore autoconsapevolezza e ci permette di conoscerci meglio, capire in cosa si crede, cosa possa ai nostri occhi essere giusto o sbagliato.
Orientamento
Sviluppare una filosofia da un orientamento Aiuta a comportarsi in modo coerente
Esempio: se fa parte della vostra filosofia dimostrare carattere, allora questa vi aiuterà a creare carattere nei vostri atleti poiché voi state modellando il tipo di comportamento che volete vedere nei vostri atleti.
Gli allenatori posso accrescere l’AUTOCONSAPEVOLEZZA riflettendo sui loro comportamenti
Un allenatore dovrebbe farsi questa domanda:
Perché alleno?
Quali sono i miei obiettivi come allenatore?
Sono un buon allenatore?
Cosa mi renderebbe un allenatore migliore?
Come mi descriverebbero i miei giocatori?
A cosa do importanza riguardo l’allenamento?
Lo sviluppo di una filosofia non può prescindere dal dare un’occhiata per sapere distinguere come noi siamo e ci comportiamo nelle diverse situazioni. Il nostro Io si esprime in tre diversi aspetti:
IO IDEALE: rappresenta la persona che si vuole essere, rappresenta i nostri valori, il nostro senso del giusto o dello sbagliato, ciò che si pretende da noi stessi.
IO SOCIALE: la percezione che gli altri hanno di noi
IO REALE: pensieri soggettivi, sentimenti, necessità che uno sente far parte del nostro autentico “ IO”
A volte si crea conflitto tra l’Io reale e gli altri due; risultato: ansia, senso di colpa e anche odio per se stessi
Nella lotta per avere un buon equilibrio, gli allenatori dovrebbero tenere a bada l’Io sociale e l’Io ideale in modo che siano compatibili con quello reale

L’AUTOSTIMA


L’autostima è la convinzione personale delle nostre competenze e il valore che diamo a noi come essere umano. Spesso gli allenatori e gli atleti basano la loro autostima sulle vittorie o sulle sconfitte durante le competizioni. Questo è problematico perché gli allenatori non hanno il controllo sulla possibilità di vincita o di sconfitta. Queste dipendono dal tipo di avversario, dal tipo di arbitro, cosi come dipendono dalle abilità e dalla personalità dei loro atleti.
L’autostima andrebbe vista in termini di competenze e valore in quanto persona.
Il successo come allenatore è molto legato alla vostra autostima e come vedete voi stessi.
Se avete fiducia in voi stessi sarete in grado di trasmettere questo sentimento agli altri.

"CIO’ CHE VOI SIETE COME PERSONA E’MOLTO PIU’ IMPORTANTE DI CIO’ CHE SIETE COME ALLENATORI E GIOCATORI DI BASKET." cit. JOHN WODDEN


Se avete fiducia in voi stessi e sentite di valere come persona, allora sarete in grado di infondere questi sentimenti anche agli altri
Gli elementi di insegnamento sono 3
Prestazione Ideale
Esperienza Ideale
Sviluppo Ideale
Prestazione ideale è quella in cui un atleta arriva al massimo della sue potenzialità
Esperienza ideale è il godere della prestazione a prescindere dal risultato
Sviluppo ideale è il focalizzarsi sulla crescita a lungo termine piuttosto che su un risultato immediato
Difficile trovare un equilibrio perché per esempio un allenatore di ragazzi dovrebbe essere più proiettato verso lo sviluppo ideale e l’esperienza ideale anche se poi a tutti piace vincere.
Ci sono atleti che dopo avere raggiunto una vittoria importante sottolineano di più il valore della loro prestazione piuttosto che il risultato stesso.
Il fattore che toglie equilibrio a tutti questi elementi è il concentrarsi solo sulla vittoria, infatti lo sviluppo ideale e l’esperienza vengono sacrificati per la ricerca della vittoria.

ESPERIENZA IDEALE


“La soddisfazione più grande nel giocare a basket venne durante una partita in cui tutte e due la squadre stavano dando il massimo. Durante queste serate mi ritrovavo persino a fare il tifo per la squadra avversaria. Quando la partita finì con entrambe le squadre al loro massimo, letteralmente, non mi importava più chi avesse vinto” BillRussel


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BREVE BIO DI FOSSATI


Fabio Fossati, è nato a Monza, che allora era in provincia Milano, nel 1951; dotato di fosforo e carisma (a discapito dell'altezza) ha cominciato a giocare come playmaker nella Candy Brugherio, che tra la fine degli anni ’60 e i primi anni ’70 ha disputato campionati di vertice in serie B e dove ha avuto la fortuna di essere stato allenato da due ottimi coach quali Cesare Angeretti e Valerio Bianchini, futuro “Vate del basket”. Terminata l’esperienza di Brugherio, Fossati ha seguito Bianchini a Roma debuttando in serie A con la Stella Azzurra e trattenendosi per cinque stagioni agonistiche. Fabio negli anni seguenti è stato uno dei cardini del Basket Brescia targato PintiInox e Cidneo sempre allenato da Riccardo Sales; con Solfrini, Costa e Palumbo ha formato l'ossatura attorno alla quale hanno ruotano grandi giocatori come Bill Laimbeer, Marc Iavaroni, Stan Pietkiewicz. John Garrett, Tom Abernethy con i quali Brescia si è tolta più di una soddisfazione. Con le esperienze di Udine nel 1982/83 (il suo anno statisticamente migliore con 149 punti, 34 recuperi e 25 assist) e Napoli nel 1984 ha posto fine la sua carriera agonistica per intraprendere quella di allenatore. Arnaldo Taurisano lo ha preso come suo assistant a Brescia, Fabio poi gli subentrerà come capo allenatore. In seguito è tornato a Roma per tre anni come responsabile del settore giovanile della Virtus. La sua escalation come head coach ha preso vita in B1 nel 1992/93 prima a Ravenna, poi a Cremona e infine a Treviglio, tappa nella quale gli viene affidato il progetto della Bees Treviglio femminile. Un exploit che, dopo il quinto posto nel campionato 1999/2000, gli vale la chiamata della Pool Comense; con la corazzata bianconera disputa ben tre finali scudetto consecutive, vincendo però solo nel 2001/02 con Ballabio, Paparazzo, Zara, Streimikyte e le giovani Macchi e Masciadri, ma mettendo nel già ricco archivio comasco altre due Supercoppe di Lega nel 2000 e 2001. Nel 2003 diventa il primo coach italiano ad allenare in Russia, che nel settore femminile rappresentava il massimo livello mondiale. Alla guida della Dinamo Mosca, Fossati ha vinto la Supercoppa di Russia e partecipato alla Final Four dell'Eurocup femminile a Istanbul, arrivando terzo davanti al Fenerbache di Bethany Donaphin che sarà poi protagonista con lui a Schio. Infatti nel 2004 Fossati torna in patria per allenare la Famila (con Masciadri, Moro e Cintia dos Santos) per tre stagioni: nel 2004/05 conquista il primo scudetto nella storia di Schio e la Coppa Italia, nel 2005/06 inizia con la Supercoppa di Lega e fa il bis con il titolo italiano ma nel 2006/07, dopo la seconda Supercoppa, non ottiene i risultati auspicati dal club. Il suo sostituto Sandro Orlando ha riportato poi Schio in vetta in Italia e in Europa. Fossati è stato anche premiato come 'allenatore dell'anno' in Lega Femminile nel 2002 e 2006. Nel 2007, ha allenato la New Wash Montigarda, in seguito il Napoli Basket Vomero, il Nyon Feminin basketball (Svizzera). Nel 2011 è stato capoallenatore della nazionale femminile di pallacanestro del Camerun. Attualmente insegna educazione fisica all'Istituto tecnico commerciale di Chiari, è docente di pallacanestro alla facoltà di Scienze Motorie Università Statale Brescia ed è un apprezzato sport mental coach. Un milanese arioso che ha mostrato il suo talento in Italia e all’estero.

(fonte : www.museodelbasket-milano.it)
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ALLENAMENTO DELLE CAPACITA’MENTALI

Ho cominciato ad interessarmi di allenamento mentale negli anni ottanta quando ero un atleta professionista di basket. Terminata la carriera di giocatore, diventato allenatore, confrontandomi con atleti atlete ed allenatori ad ogni livello, ho avuto conferme che le capacità mentali sono una parte fondamentale nell’allenamento degli atleti e nell’attività di allenatore. Da cinque anni mi sto dedicando all’allenamento delle capacità mentali come power mental coach , mi sono formato tra Milano e Dallas presso CMC, Certified Mental Coaching di Robert Neff. L’allenamento delle capacità mentali è una pratica continua e sistematica per migliorare le prestazioni, aumentare il divertimento, aumentare l’auto gratificazione dell’atleta e dell’allenatore. Il programma può essere globale ed includere una serie di capacità o concentrarsi su una o massimo due capacità. I programmi più recenti normalmente usano una varietà di strategie per avere benefici su più fronti.

LE CAPACITA’ MENTALI VANNO ASSIMILATE ED ALLENATE ESATTAMENTE COME LE ABILITA’FISICHE.

L’allenamento deve essere continuativo e sistematico. Gli allenatori non possono aspettarsi dei giocatori “mentalmente resistenti” se non allenano prima le capacità che li rendono mentalmente resistenti. Alla domanda “quanto pensi siano importanti le capacità mentali in una prestazione?” tutti, indistintamente atleti e tecnici rispondono” le capacità mentali sono essenziali o comunque molto importanti per il raggiungimento del successo”. Tuttavia pochissimo tempo (o niente) viene dedicato ad allenare le capacità mentali.
I GRANDI ATLETI SONO ATLETI PERSEVERANTI!!!!!

Ricerche su atleti di alto livello hanno dimostrato che differiscono dagli atleti di basso livello nei seguenti argomenti:
• Hanno più fiducia in sé stessi
• Hanno una migliore autogestione dell’attivazione o del livello emotivo
• Comunicano meglio
• Hanno immagini e pensieri positivi
• Hanno più determinazione e dedizione
• Possono gestire l’ansia
L’allenamento delle capacità mentali per gli atleti può essere utilizzato anche al di fuori della sfera sportiva. Per esempio: Un professore di Educazione Fisica può usare tecniche di rilassamento per insegnare ad un bambino iperattivo a calmarsi. Un preparatore atletico può usare le immagini mentali per aiutare un atleta a riprendere fiducia da una convalescenza. Un fisioterapista può fissare degli obiettivi per mantenere alta la motivazione in un individuo con un danno serio o prolungato. Un istruttore in palestra può utilizzare affermazioni positive per accrescere l’autostima di un cliente in sovrappeso
Il mio programma di sviluppo di un coach o di un atleta si articola sui seguenti temi: Sviluppo di una filosofia di lavoro
La comunicazione
La leadership
La gestione dell’ansia ed emotività
La gestione dell’errore
Stabilire obiettivi
La motivazione
La visualizzazione
La regolazione dello stato di eccitazione
La concentrazione
La fiducia
La paura
Il rilassamento fisico e mentale
Non sono uno psicologo semplicemente uno che ha fatto molta esperienza, molti errori sul campo e ha sentito l’esigenza di non allenare più le gambe e la tecnica, ma di allenare la mente. Il mio approccio come mental coach ha un aspetto semplicemente didattico ed educativo, ognuno ha in sé le soluzioni, io aiuto a farle uscir fuori in particolare nel caso di gestione dell’ansia, concentrazione, costruzione dell’autostima, impostazioni obiettivi, dialogo interno, sviluppo routine e miglioramento delle motivazioni intrinseche, comunicazione. Quando mi chiedono cos’è il coaching mentale e come si sviluppa tengo innanzitutto a chiarire che non mi piace il titolo di mental coach; come detto sopra sono un allenatore che ha fatto errori ,che ha avuto qualche successo, ma anche delusioni ,aspettative disattese ,che ha provato i serpenti nello stomaco per il fatto che “SAI CHE NON SAI COME ANDRA’ A FINIRE” .Questa è la mia esperienza che credo valga di più di una certificazione o di un certo numero di ore passate a formarmi.

Fabio Fossati
















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