DISTURBI ALIMENTARI NEGLI ATLETI: UN PROBLEMA CHE HA UN PESO

Di: Lise Anhoury, psicologa dello sport 

È importante essere consapevoli che lo sport non è necessariamente il fattore scatenante di un disturbo alimentare. Entrano in gioco diversi fattori: personalità, storia personale e familiare, background, sport praticato, oppure l’importanza che diamo agli occhi degli altri – l’allenatore, i compagni di squadra. Anche se l’argomento è sempre difficile da affrontare e alcuni atleti fanno fatica a parlarne, soprattutto negli sport dove il confronto tra gli atleti è suddiviso in categorie di peso, avvertiamo da diversi anni una reale consapevolezza. La parola è diventata libera e alcuni discorsi sono scomparsi. Gli allenatori non sempre sono consapevoli di ciò che possono dire ai loro atleti: -“Si vede che hai mangiato bene questo fine settimana”, “Sei troppo grasso” – tutto questo ha chiaramente un effetto controproducente. Più l’atleta è vulnerabile, maggiore è il rischio di provocare comportamenti alimentari problematici. Sta a noi lavorare insieme, a monte, per meglio accompagnare gli atleti e il loro entourage, desacralizzare il peso e sgombrare le convinzioni che implicano, ad esempio, che un peso ridotto sia garanzia di prestazione. È necessario un regolare lavoro psicologico e, in determinati momenti della vita, soprattutto verso fine carriera, fare il punto su come guardiamo il nostro corpo, al fine di assicurarci di rimanere benevoli nei suoi confronti. “

Le problematiche fisiche sono sempre più spesso al centro della carriera di alcuni atleti, la pratica intensa di una disciplina può essere suscettibile allo sviluppo di disturbi alimentari. Diventa indispensabile offrire misure di prevenzione e protocolli validi e assistenziali per aiutare le persone colpite da tali squilibri.


Gli atleti di alto livello costituiscono una popolazione particolarmente a rischio di sviluppo di disturbi alimentari” (DCA)

Gli effetti positivi dell’attività fisica, sulla salute fisica e psicologica sono ben stabiliti. Prevenzione di malattie cardiovascolari, diabete e obesità, riduzione dell’ansia e una migliore autostima sono solo alcuni esempi dei benefici di un’attività fisica regolare. Tuttavia, il collegamento positivo tra alcuni indicatori della salute e l’attività fisica tende ad essere invertita quando quest’ultima è eccessivamente presente. Per più di 20 anni, sono state effettuate una serie di ricerche, come il recente studio dell’Australian Institute of Sport (AIS) di Canberra e presso la National Eating Disorders Collaboration (NEDC) di Sydney, i loro risultati dimostrano che gli atleti ad alte prestazioni costituiscono una popolazione particolarmente a rischio di sviluppare disturbi alimentari (Disturbo Comportamento Alimentare).

Due principali disturbi nello sport di alto livello

Alcune specificità della pratica sportiva di alto livello sembrano avere reali fattori di rischio per il verificarsi di disturbi alimentari, in particolare in quegli sport ove vi è una ricerca del rapporto peso/prestazioni ottimale.

Due sono principalmente i disturbi ben noti al mondo dello sport: l’anoressia e la bulimia. Le cosiddette discipline dimagranti (corsa, ciclismo, arrampicata, nuoto artistico …) per in cui un atleta è costretto a mantenere un corpo snello in una prospettiva prestazionale e, i cosiddetti sport di peso (boxe, wrestling, sollevamento pesi, getto del peso …) in cui l’aumento muscolare è legato ad un miglioramento delle prestazioni atletiche, queste situazioni sono particolarmente interessate alle problematiche dei disturbi alimentari. Il più delle volte si traducono in preoccupazioni eccessive sul peso, sulla dieta e sull’immagine corporea che portano a comportamenti di restrizione alimentare, eccesso di cibo, vomito indotto o persino assunzione di lassativi o diuretici. Possono causare carenze, ma anche una perdita di massa ossea o persino disturbi mestruali nelle sportive. I problemi fisici sono al centro delle carriere di alcuni atleti, la pratica intensa di una disciplina può essere suscettibile allo sviluppo di disturbi alimentari. 

“L’anoressia sportiva non è solo per le donne

Le esigenze associate ai periodi di (pre) competizione possono portare un atleta a monitorare la sua dieta e controllare il suo peso e la forma del corpo. Questa forma di anoressia sportiva è quindi caratterizzata da un basso livello di energia disponibile, una disfunzione del ciclo mestruale e una diminuzione della densità ossea. L’anoressia sportiva non è riservata solo alle donne. Chiamata anche bigoressia o complesso di Adone e inizialmente identificata con i body builder, Il termine bigoressia, dall’inglese big= grande e dal latino orex= appetito, può essere tradotto come “fame di grossezza”, ovvero il desiderio di possedere un corpo sempre più muscoloso. Colpisce entrambi i sessi, ma sembra un disturbo più maschile, in cui l’atleta si percepisce troppo magro per riuscire ad ottenere prestazioni sportive ottimali e cerca di rimediare aumentando a tutti i costi la propria massa muscolare per una ritualizzazione della pratica sportiva ad alta intensità e frequenza. Il problema di questo disturbo è importante, poiché i disturbi alimentari tra gli uomini sono sottostimati non solo nell’intera società ma anche dai medici. Nei casi più gravi, non si esita a consumare integratori alimentari e ad impegnarsi in diete ad alto contenuto proteico, oppure a consumare steroidi anabolizzanti. L’anoressia inversa si trova negli sport per l’aumento di peso.

Sintomi di depressione e di ansia

Quasi tutti gli atleti con DCA utilizzano l’esercizio come mezzo per controllare il proprio peso. Poiché l’esercizio fisico eccessivo è l’unico comportamento compensatorio socialmente apprezzato, lo screening per il DCA è spesso ritardato e la sua gravità viene percepita come inferiore.

Questi atleti sviluppano molto spesso sintomi depressivi e ansiosi, disturbi della personalità, sentimenti violenti di colpa, disgusto e vergogna.

“La pressione esercitata dall’ambiente circostante dell’atleta (giudici, allenatori, dirigenti o genitori) gioca un ruolo significativo nel verificarsi di questi disturbi”

Inoltre, presentano un aumento del rischio di lesioni, a causa di un eccesso nel carico e nel numero di allenamenti che si impongono. Nel caso dell’anoressia i rischi sono tanto più comprovati quanto più lo sono le carenze indotte da comportamenti anoressici multipli: energetico, macro e micronutrienti. L’apporto calorico è insufficiente, i carboidrati e i grassi sono molto spesso banditi, anche se essenziali. Si osservano regolarmente carenze di vitamine, minerali e oligoelementi. Le conseguenze sono quindi gravi, con deficit ormonali, osteoporosi, disturbi immunitari, problemi gastrointestinali (emorragie, ulcerazioni, gonfiore, costipazione) oltre che aumento del rischio di infezione. Nel caso della bulimia, gli episodi di abbuffata provocano dolore e pesantezza addominale, nausea e vomito, oltre a spiacevoli sensazioni di disagio e deformità. Inoltre, si notano alcuni disturbi del ciclo mestruale e disturbi dell’umore (sotto forma di episodi depressivi).

Sapere depistare per sostenerli meglio

Gli DCA dell’atleta sono associati a fattori biologici, psicologici, familiari, sociali e culturali. Negli sport in cui l’estetica influenza il punteggio, la pressione esercitata dall’ambiente circostante dell’atleta (giudici, allenatori, dirigenti o genitori) sull’aspetto fisico, gioca un ruolo significativo nell’insorgenza di questi disturbi.

Così come le rigide aspettative dei genitori, le osservazioni fatte dall’allenatore o dai compagni di squadra sul fisico o anche la scarsa autostima, sono tutti fattori che contribuiscono allo sviluppo di tali squilibri.

Anche una cattiva gestione delle emozioni può essere elemento di fragilità. Molti sono i fenomeni di insoddisfazione e di compensazione che si osservano nelle situazioni di gestione dello stress competitivo, così come si osservano sbalzi d’umore a seguito di una sconfitta o di un infortunio.

Poiché è auspicabile una gestione precoce per aumentare le possibilità di recupero, è essenziale lo screening per DCA al primo segnale. Misure di prevenzione, così come protocolli di cura e di supporto devono essere offerti per aiutare coloro che potrebbero essere colpiti dal fenomeno. “La maggior parte dei nostri interventi consiste soprattutto nella prevenzione dei disturbi prima che si manifestino”, conferma Lise Anhoury, psicologa clinica e psicologa dello sport. Durante la valutazione psicologica che effettuiamo periodicamente con gli atleti, chiediamo loro per esempio se hanno preoccupazioni legate al loro aspetto, se la loro disciplina ha requisiti di dimagrimento, se sentono una forma di pressione su questo punto particolare dall’esterno o da chi li circonda. Ci assicuriamo inoltre di monitorare regolarmente gli atleti sul loro rapporto con il cibo, proviamo a guidarli, per mostrare loro che ci sono altre alternative, per aiutarli ad essere più tranquilli nella loro perdita di peso. In questo contesto, qualsiasi fluttuazione rapida e inspiegabile del peso corporeo attirerà l’attenzione. Proprio come il susseguirsi di ripetuti infortuni, stanchezza estrema, maggiore irritabilità, assenze dall’allenamento, disturbi del sonno… A supporto della diagnosi vengono utilizzati questionari validati, in particolare “EAT26 – Eating Attitude test a 26 Item”, un questionario semplificato a ventisei domande per lo screening dei problemi comportamentali anoressici.

Se il disturbo è accertato, sarebbe opportuno organizzare un monitoraggio effettuato da un team interdisciplinare – medico, nutrizionista, psicologo. “Le parole di tre professionisti non solo sono più efficaci, ma hanno anche più peso”, specifica Lise Anhoury. Il medico si assicurerà, ad esempio, che non vi siano scompensi nel caso di privazione o vomito, il nutrizionista valuterà le problematiche relative al cibo, aiuterà le persone che hanno difficoltà a seguire un regime alimentare a lungo termine o ad adattare i loro pasti, per esempio, prima di una competizione. Infine, l’aspetto psicologico sarà un buon modo per verbalizzare le tue difficoltà. “

Una dieta diversificata ed equilibrata

Il trattamento deve includere anche le persone più vicine, in primis l’allenatore e la famiglia.

“Se l’atleta è d’accordo, possiamo infatti effettuare un incontro con il suo allenatore per mettere in atto procedure di riduzione del rischio e potenziali traumi sul campo, offrendo ad esempio un allenamento adeguato, controllando che l’atleta sia nella giusta categoria di peso, suggerendo all’allenatore di controllare il peso dell’atleta lontano dai suoi compagni, o addirittura ritirando temporaneamente l’atleta dalle competizioni per facilitare il suo coinvolgimento nel trattamento”, spiega Lise Anhoury.

Infine, il rispetto quotidiano di una dieta diversificata ed equilibrata è un fattore determinante nella prevenzione e nella cura. “L’obiettivo è fare in modo che l’atleta coinvolto in questo mancato equilibrio, trovi una dieta più in linea con le sue reali esigenze e gli permetta anche di trarre piacere dall’evitare i meccanismi compensativi”. Questo è possibile attraverso misure preventive e fornendo consigli dietetici che lo aitino a gestire meglio il suo peso.

Negli sport con classi di peso, ad esempio, occorre sostenere un approccio razionale e graduale alla perdita di peso, incluso l’evitare gravi restrizioni quando ci si avvicina alle competizioni.

Sottolineiamo che il rapporto tra peso e prestazioni è complesso, che il peso ottimale e la massa grassa sono specifici per ogni persona e che la perdita di peso non garantisce necessariamente un aumento delle prestazioni. Ed è importante interagire con l’intero ambiente sportivo, a cominciare dall’allenatore. “

Mentre alcuni atleti sono particolarmente a rischio, gli interventi preventivi e la diagnosi precoce possono ridurre il numero di nuovi casi di DCA o ridurre lo sviluppo di disturbi, e quindi proteggere la salute degli atleti e per estensione garantire le loro prestazioni.

Traduzione e adattamento di Graziano Camellini

Tratto da: Insep le mag n°39  – giugno – luglio – agosto 2020

Titolo originale: Troubles du comportement alimentaire chez le sportif : un enjeu qui a du poids