Ad osservare i settori giovanili operare in campo ci si rende conto che mancano nell’applicare alcuni principi tecnico-didattici fondamentali per formare in modo più corretto gli atleti. L’attuale tendenza vede uno spostamento verso un tecnicismo mal supportato da sufficienti capacità gestionali, condizione che in ogni caso non dovrebbe inficiare e sconvolgere le regole del buon insegnamento. Anche la formazione dovrà tenere conto di questi aspetti adeguando e distinguendo le proposte indirizzate ai neofiti da quelle del settore assoluto. 

Mentre aiuto i ragazzi nel raccogliere il materiale tecnico con il quale abbiamo lavorato l’occhio sfugge leggero verso il piccolo gruppo giovanile che sta operando sugli ostacoli. Quello di osservare cosa fanno gli altri è quasi un vizio che dovrei perdere ma l’istinto dell’insegnante prevale e in questi ultimi anni si è pure rafforzato. Non lo faccio per cattiveria anche se spesso le considerazioni che traggo dal veder agire gli altri sono amare e sembrano dare supponenza alla mia posizione di allenatore di lungo corso.

Nel caso in questione mi rendo conto che da qualche anno il tecnicismoha preso spazio diventando un aspetto prevaricante nell’esercitare il mestiere di allenatore giovanile. Così, mentre osservo furtivo quanto avviene in pista, rifletto e cerco di collocare quanto vedo nel contesto di una proposta tecnica sostenuta da labili prerequisiti. 

Quello che vedo eseguire sono  esercitazioni analitiche tra gli ostacoli che portano i ragazzi a ruotare i piedi a terra per agevolare il passaggio della seconda gamba (Mancano di articolarità), enunciano instabilità nelle posizioni di sostegno del piede a terra mentre passa l’arto libero (appare carente l’equilibrio), non agiscono correttamente con le braccia e molti non le usano proprio (Poco sviluppati gli aspetti coordinativi), tendono a sedersi prima dell’attrezzo per molleggiare sulle ginocchia e prendere spinta nel cercare di superarlo (vengono proposti ostacoli troppo alti). 

L’operatore offre indicazioni sostanzialmente corrette che purtroppo non guardano a questi aspetti, si concentra maggiormente sulle affinità espressive che fanno riferimento al gesto evoluto.

La mancanza di capacità nella lettura delle inesattezze pone qualche interrogativo sul percorso di formazione di questi operatori, conseguentemente i dubbi su come vengono organizzati e portati a compimento i corsi di primo livello. 

Ecco riemergere non solo quanto viene riferito dai corsisti che partecipano alle lezioni ma anche le tante discussioni con i colleghi del settore tecnico regionale. In primis gli stili comportamentali dei formatori che si rivelano assai differenti uno dall’altro ed enunciano discrepanze operative che testimoniano l’inesistenza di procedure che stabiliscano una certa uniformità didattica. Tale discrepanza, oltre a creare nei partecipanti confusione, impedisce al sistema di adottare una qualche valutazione sulla validità della proposta formativa. 

Tutti dovrebbero avvalersi di un comune metodo d’insegnamento al quale attenersi e questa scelta che alla lunga potrebbe portare ad una vera e propria scuola tecnico – didattica caratterizzata da percorsi formativi evolutivi e nel tempo sicuramente più produttivi. 

Il ruolo dell’allenatore andrebbe quindi guidato, indirizzato ad una precisa corrente d’insegnamento. L’operatore va istruito perché acquisisca un metodo di lavoro che permetta di graduare correttamente le proposte, imparare a “leggere e riconoscere” le espressioni dei propri atleti ed infine dovrebbe impossessarsi di un ampio eserciziario. 

Anche le modalità esplicative delle lezioni formative dovrebbero essere caratterizzate da una certa uniformità didattica. Attualmente, ad esempio, durante i corsi c’è chi chiede agli intervenuti di provare le esercitazioni ed altri che optano per lezioni frontali. Una scelta equilibrata potrebbe essere quella di avere a disposizione un piccolo gruppo di atleti appartenenti alla categoria oggetto dell’aggiornamento. Perché, cambiarsi e rendersi disponibili nel provare le esercitazioni assume sicuramente una qualche valenza ma toglie ai soggetti le capacità di lettura, prendere appunti e individuare le imprecisioni. 

Alla fine risultano maggiormente agevolati coloro che nel partecipare hanno avuto la possibilità di stare ad osservare l’esecuzione delle proposte. L’interiorizzazione delle sensibilità tecniche appartiene infatti all’esperienza pregressa del soggetto, sembra improbabile che qualche ora di fattiva attività possa fare differenza nella formazione di un allenatore. 

Anche gli aspetti teorici vengono affrontati con marcata disparità, c’è chi propone sempre le stesse diapositive e magari salta qualche slide ritenendola non adatta al livello dei corsisti perché utilizza le stesse proiezioni anche per i corsi più avanzati, altri invece preparano lezioni ad hoc. 

Tutto questo avviene perché la gestione è lasciata completamente all’iniziativa personale. I formatori agiscono quindi in forme individuali e non seguono un comune protocollo distinguendosi notevolmente uno dall’altro sotto il profilo didattico. I tempi a disposizione sono poi esigui e non consentono alcun approfondimento o divagazione. Per contro le dispense offerte a base culturale del corso iniziale sono corpose, non vengono spiegate (Non c’è il tempo) e risulteranno essere le stesse per i corsisti che si troveranno partecipare allo step successivo. 

La mancanza di una scuola formativae di un piano didatticoha spinto la Federazione ad una formazione estemporanea che velocizza il passaggio d’informazioni riducendo i contenuti a quelli essenziali. Così facendo abbiamo puntato su nozioni particolarmente tecniche trascurando i principi della progressività didattica[1]ottenendo generazioni di allenatori giovanili di primo livello privi delle necessarie conoscenze di base, operatori che fanno svolgere esercizi improbabili a giovani impossibilitati ad eseguirli correttamente perché privi dei necessari sostegni e requisiti.  

Infine emerge una mancata differenza di metodi e contenuti tra la formazione degli addetti al settore giovanile e quelli destinati al settore assoluto. Si è spinto il piede sull’acceleratore di un falso perfezionismo tecnico dando per scontato che le persone siano a conoscenza di linee guida didattiche forse nemmeno patrimonio di chi tiene i corsi. 


[1]Principi della progressività didattica– Al fine di ottenere un apprendimento corretto ed equilibrato gli atleti dovrebbero seguire un percorso che offra step di apprendimento capaci di amalgamare ed integrare le nuove acquisizioni. Dal controllo posturale, al rapporto analiticocon l’attrezzo, allo sviluppo della destrezzaper passare ad un graduale aumento della velocitàesecutiva d’impatto con l’attrezzo per finalizzare l’aspetto ritmico riconoscibile nelle sensibilità di valicamento ed espressione di un gesto rapido e fluido che rispetti i corretti principi biomeccanici.

Di Fulvio Maleville

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