IL TENDINE D’ACHILLE

I disordini del tendine d’Achille affliggono in egual misura gli sportivi e le persone sedentarie [1].
Gli atleti, durante il proprio periodo di attività, sviluppano nel 8,3% dei casi una lesione acuta del tendine achilleo e nel 23,9% una tendinopatia cronica [2].
Il tendine d’Achille è il più voluminoso tendine corporeo e si forma con l’unione del tendine del muscolo gastrocnemio con quello del soleo. La sua porzione terminale si inserisce sulla tuberosità posteriore del calcagno trasmettendovi le forze generate dal tricipite della sura (gastrocnemio e soleo).
Il tendine è circondato da uno strato detto paratenonio che viene vascolarizzato da rami dell’arteria peroneale e dell’arteria tibiale posteriore. Questa porzione contribuisce al nutrimento e alla riparazione tissutale del tendine. A differenza di questo strato superficiale, il corpo del tendine è scarsamente vascolarizzato e questa caratteristica predispone a una aumentata incidenza di infortuni e a una ridotta capacità rigenerativa [3].
Una precoce diagnosi del problema contribuisce a migliorare sensibilmente la prognosi, ma è stato osservato che il 25% delle lesioni achillee non vengono riconosciute durante una prima esaminazione clinica [4]. Quando è presente dolore in questo distretto anatomico bisogna innanzitutto considerare la storia clinica del paziente; i principali fattori di rischio per una lesione o un’infiammazione achillea risultano essere storie pregresse di fascite plantare, metatarsalgia, problematiche muscolari al tricipite della sura ma anche rapidi aumenti di peso corporeo, fumo e uso di antibiotici fluorochinolonici [5;6].
Pazienti con una rottura acuta del tendine riportano di aver percepito un suono schioccante associato alla sensazione di essere stati colpiti a livello achilleo. Ciò viene rapidamente seguito da ridotta flessione plantare del piede, difficoltà nella deambulazione e dolore diffuso nell’area tendinea. Nei casi di problematiche croniche, la rottura può verificarsi anche a distanza di 4-6 settimane dal primo evento lesionale. Il caso clinico è dominato da debolezza nella flessione plantare del piede e da un aumentato atteggiamento in dorsiflessione. In entrambi i casi il test di Thompson risulterà positivo e l’ecografia o la risonanza magnetica saranno utili per confermare la diagnosi [7].
La tendinosi inserzionale achillea è una degenerazione della componente tendinea calcaneare. La flessione plantare del piede non viene persa ma il dolore accompagna i movimenti, specie dopo un periodo di immobilità. Non va confusa con la borsite retrocalcaneare, la cui infiammazione cronica produce dolore ai lati del tendine che aumenta notevolmente con la pressione diretta [7,8].
La paratenonite consiste invece in una degenerazione del letto vascolare contenuto nello strato che circonda il tendine. Il dolore è presente anche a riposo e aumenta con l’attività fisica, in particolare con la flessione plantare resistita [7].
Per le rotture tendinee è spesso consigliato l’intervento chirurgico, specie se il paziente è giovane o uno sportivo di buon livello. La chirurgia risulta essere anche l’ultima opzione per quei pazienti che hanno visto fallire tutti i tipi di trattamento conservativo effettuati nel lasso temporale di almeno sei mesi a partire dal trauma iniziale [7;9].
Uno degli obiettivi del trattamento a breve termine è la riduzione del dolore. Ciò è reso possibile dell’uso di ghiaccio e dall’elevazione dell’arto per ridurre il gonfiore causato dall’edema. Nei casi di lesione è utile immobilizzare il piede a 15-20 gradi di flessione plantare ed evitare di caricarvi il peso corporeo [10;11].
Sotto consiglio medico, la riduzione del dolore è permessa anche dall’uso di farmaci antinfiammatori non steroidei [8;9;10;11].
In particolare si è visto come bassi dosi di acido acetilsalicilico possano evitare la formazione di trombosi venosa profonda [12].
Le infiltrazioni tendinee di anestetici o altri agenti farmacologici non riescano a fornire risultati convincenti riguardo la propria efficacia. Il mondo scientifico mostra pareri contrastanti a riguardo, ma è concorde nell’affermare che non portano beneficio nel medio-lungo termine sul piano riabilitativo; si è anzi constatato che iniezioni di corticosteroidi facilitano addirittura la rottura tendinea [11;13].
Problematiche achillee rispondo bene a un momentaneo uso di ortesi, la cui tipologia varia a seconda della gravità del problema da una semplice talloniera a un tutore semirigido che limiti la flessione dorsale del piede [14;15].
La terapia manuale ha come scopo la facilitazione dei processi di guarigione. Per questo motivo è importante liberare tutte le articolazioni ipomobili dell’arto inferiore, specie quella tibio-tarsica, sottoatragalica e femoro-tibiale. La riduzione del dolore e dell’edema sono conseguibili anche mediante trattamenti di strain-counterstrain e l’uso di apparecchi elettromedicali. Il percorso riabilitativo inizia quanto prima possibile e si basa sul rinforzo isometrico del tricipite surale seguito da esercizi concentrici [14;16].
Gli esercizi eccentrici sono utili specialmente nelle prime fasi di mobilizzazione in caso di tendinosi e paratenoniti [13;17].
La loro efficacia risiede nel fatto che promuovono la formazione di intrecci nelle fibre di collagene determinando un miglioramento nella velocità di rimodellamento del tendine [17].