Intervista a Guy Ontanon.

Guy Ontanon Allenatore di atletica leggera, ci parla sinceramente della sua carriera e della sua professione

  • Signor Ontanon, lei iniziato nel mondo del basket, come è diventato un allenatore in atletica di alto livello?

È ovvio che non ero predestinato a diventare un allenatore di atletica leggera. Non ho mai praticato sport di alto livello. Sono stato un buon ostacolista a livello universitario, sugli ostacoli alti e un buon giocatore di basket. Il mio passaggio dal mondo del basket a quello dell’atletica è una pura coincidenza. Nell’ambito del mio lavoro all’interno del college in cui insegnavo in Educazione Fisica, sono stato portato a sostituire in breve tempo uno dei miei colleghi responsabili della sezione di atletica leggera all’interno della scuola. I pochi studenti che ho allenato in questo ambiente sono diventati buoni atleti nella squadra francese di velocità come Fabé Dia (oggi signora Longo) o David Patros. In conseguenza di ciò, Jo Maisetti, allora allenatore della staffetta 4x100m, mi ha affidato le staffette junior allora in preparazione ai Campionati del mondo di Sydney. Da quel giorno e con la medaglia d’argento conquistata dai ragazzi è stata data la partenza, mi sono sentito investito al 200% in atletica leggera.

  • Per 5 anni hai fatto parte del Team Lagardère, cosa ne pensi di questa esperienza?

Il mio lavoro all’interno del Team Lagardère rappresenta, ai miei occhi, i miei cinque migliori anni professionali. Il lavoro e le relazioni umane sono state estremamente arricchenti. La diversità dei campi di azione: ricerca, preparazione atletica, preparazione fisica con il tennis, mi ha permesso di aumentare le mie capacità nel campo dell’allenamento e della preparazione fisica ad altissimo livello. Questa esperienza è stata rafforzata dal contatto con persone come Xavier Moreau, direttore generale del team ed ex preparatore fisico di Amélie Mauresmo (oggi allenatrice di tennis ma ieri atleta di livello mondiale), o con il vicedirettore del team Christian Miller ed ex responsabile del laboratorio di biomeccanica INSEP. Christian ha saputo essermi frequentemente vicino, sempre in ascolto per far in modo che insieme si arrivasse a modificare i piani di allenamento dei velocisti. I nostri incontri di lavoro settimanali, sui lavori di forza o sul lavoro di sostegno con i tennisti, sono stati molto ricchi e li custodisco ancora oggi come insegnamenti preziosi.

  • Dopo il Team Lagardère, hai vissuto un momento difficile, un periodo oscuro della tua vita professionale. Cosa ricordi di questa esperienza dolorosa?

È sempre molto difficile essere licenziati quando non hai nulla da rimproverare a te stesso. La legge del mercato, la posta in gioco economica, tutte queste ragioni, non possono tranquillizzarti o farti capire la ragione. Ancora oggi, ho ancora un grande senso di frustrazione. Quello di non essere riuscito ad arrivare alla fine di un progetto che, ai miei occhi era innovativo e mi ha permesso di creare una vera squadra attorno a un piano di prestazione per gli atleti. Arnaud Lagardère non ha saputo essere paziente e soprattutto non ha saputo mantenere il percorso che voleva dare allo sport francese. Durante questo periodo, sono stato in grado di mantenere alto il morale grazie a mia moglie e alla mia famiglia. Gli atleti che ho avuto con il Team Lagardère hanno continuato con me durante questo periodo difficile. Ho continuato ad allenarli senza pensarci troppo, mentre aspettavo un nuovo incarico con la Federazione di atletica.

  • Come sei riuscito a riprenderti?

Come ti ho detto, durante questo periodo non sono rimasta solo. Ho continuato ad allenare e i risultati sono arrivati, il lavoro ci ha premiato con un bel posto nella finale del campionato del mondo di Daegu per Jimmy Vicaut. Questo risultato lo ha portato ad essere il velocista più giovane a raggiungere la finale mondiale. Ho anche approfittato di questo periodo per creare la mia attività di coaching. Ho diversificato i miei campi d’azione con interventi nel mondo degli affari, nella gestione delle squadre e nella preparazione fisica, con giocatori di rugby come Yoann Huget o Benjamin Fall.

  • Cosa ti affascina del tuo lavoro?

Il mestiere dell’allenatore è affascinante in modi molti diversi. Noi siamo dei veri direttori di orchestra. L’allenatore contribuisce a far in modo che il solista, l’atleta, sia capace di fare la sua parte idealmente nel giorno X. Per questo le missioni dell’allenatore sono molteplici.

  • L’allenatore è un “uomo d’azione” perché decide, pianifica, organizza, gestisce e controlla le sessioni di allenamento.
  • È anche un “uomo di riflessione” perché analizza, è capace di fare delle diagnosi, giudica e anticipa le indicazioni da dare all’atleta per continuare a progredire e per rimanere il più possibile al più alto livello.
  • Inoltre è un “uomo di relazioni” che consiglia, anima, motiva, cerca di trasmettere dei valori e sostiene i suoi atleti nei momenti di crisi.

La crisi, deve essere considerata sia nel successo che nel fallimento. Per crisi, intendo momenti di rottura positivi o negativi nella carriera dell’atleta. 

  • Ci sono persone il cui operato ti ha colpito?

Non proprio, ma il lavoro di alcuni allenatori di altissimo livello mi affascina. Ammiro il lavoro ben fatto e la precisione con cui questi grandi personaggi gestiscono il loro staff.  Dal basket al calcio e anche nell’atletica leggera. Vorrei per questo ringraziare Jo Maisetti che mi ha formato nella staffetta e che è per me il più grande allenatore che abbiamo avuto in Francia in questa disciplina. È stato un maestro e rimarrà il mio padre spirituale.

  • Infine, come riconosci un buon preparatore fisico specializzato nello sviluppo della velocità?

Rispondere a questa domanda è molto difficile. Preferisco dare una risposta generale. Credo che per essere un buon preparatore fisico, in qualsiasi campo, devi essere una persona con un carattere forte e convinzioni consolidate, per costruire il tuo metodo. Ma devi anche essere capace di metterti in discussione e rinnovarti sia nelle vittorie che nelle sconfitte. Il preparatore fisico deve anche essere un appassionato e deve lottare per l’eccellenza. Deve essere un ricercatore, deve inoltre essere curioso per rimanere aggiornato nelle informazioni che influenzano quotidianamente, in tutti i settori di attività, della sua professione. Infine, in particolare, credo che il preparatore fisico debba soprattutto mostrare empatia ed essere particolarmente all’ascolto degli atleti, per cercare di capire lo sportivo ma anche l’uomo o la donna che vi è in loro, al fine di esaltarne le loro potenzialità.

Intervista rilasciata a: physiquesperformance.com

Traduzione e adattamento di:

Graziano Camellini