La motivazione è l’espressione delle ragioni che spingono un individuo a compiere una determinata azione. La mancanza di una spinta motivazionale all’agonismo nelle nuove generazioni dovrebbe far riflettere quanti operano in campo, sarebbe utile compiere uno sforzo per comprendere le ragioni che oggi più di ieri inducono molti ragazzi ad estraniarsi dalla competitività, fattore quest’ultimo che tra l’altro caratterizza la società moderna. Di Fulvio Maleville

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Martina fa atletica da tre anni, ha iniziato il suo percorso nella categoria “Esordienti A” ed ora milita tra in quella delle “Ragazze”. La sua storia è quella di tanti altri bambini che si allenano con una certa continuità ma di fare le gare non ne vogliono proprio sapere. L’altro giorno mi ha detto: ”Sono scarsa, non sono capace di fare niente, che cosa ci vado a fare?”.

Giulia invece è terrorizzata all’idea di competere ed esprime il suo stato d’animo in un “No, no, no per carità!” che la dice lunga sulle tensioni che dovrebbe affrontare nel presentarsi in pista trovandosi da SOLA, in mezzo ad una marea di coetanei, nel dover sfidare metro e cronometro, marchingegni che non lasciano scampo e sanciscono il proprio livello prestativo. Con il rischio di finire in coda alla classifica.

Bella storia questa, un inghippo che non appare di facile soluzione quale sia il ruolo da noi esercitato nello sport agonistico. Troppo spesso infatti sono proprio gli adulti, nella loro veste di genitori, allenatori o dirigenti a scaricare le colpe di quanto avviene gli uni sugli altri pur sapendo che questo modo di affrontare le difficoltà non offre alcuna via d’uscita.

Nel ricostruire il percorso che porta a questa situazione ci si può accorgere che i giovani arrivano in campo per tanti motivi diversi. Dentro il loro zainetto portano molti fardelli e sarebbe utile che gli adulti s’interessassero a questi pesi imparando a riconoscerli ed aiutandoli ad alleggerire il carico che si trascinano dietro. Ogni ruolo comporta delle responsabilità e si dovrebbe intervenire in modo costruttivo per accompagnare i ragazzi a percepire la gara come un impegno formativo della propria personalità.

Nell’allenare in campo si fanno tante esperienze, ve ne sono alcune sedimentate dagli anni e molte altre appartengono ad un passato più recente come quella che vede alcuni giovani scansare le gare. Sono conoscenze fatte da poco, perché non è da molto tempo che il “non agonismo” è diventato fenomeno di massa relegando gli “agonisti” ad una minoranza. Facendo riferimento alla memoria storica di campo si potrebbero mettere insieme gli elementi che permettono di leggere e dare una dimensione più corretta a questo fenomeno. A questo punto è utile ricordare quanto sia attuale la tendenza a far partecipare bambini sempre più piccoli alle gare, in seconda battuta viene spontaneo riconoscere che il “precocismo” non è un fenomeno inventato dai bambini ma dagli adulti. Sono infatti questi ultimi ad aver ideato percorsi sempre più mirati e specializzanti ed è sconsolante dover ammettere che l’evento ha storiche radici nello sfruttamento dei bambini a scopo lavorativo.

Possibile che stiamo tornando indietro invece di progredire ed evolvere?

Se accettiamo l’idea che gli infanti hanno diritto a giocare non si capisce perché s’impongano loro regole che trasformano quello che dovrebbe risultare un piacere in un dovere, tanto meno si comprende perché dobbiamo codificare e uniformare quella che dovrebbe essere un’attività ludica ai bisogni degli adulti.

Tutti noi da piccoli abbiamo fatto della competitività facendo tra l’altro attività estremamente diversificate e senza mai pensare che in questo tipo di agonismo fosse necessario stilare classifiche e graduatorie. Il compagno più bravo dimostrava una naturale maggior propensione per quel tipo di attività e la sua superiorità veniva semplicemente accettata, cedeva poi lo scettro a qualche altro coetaneo in un gioco o attività diversa. Sì, perché le tipologie di divertimento erano tante, alcune coivolgevano ed aggregavano, altre creavano scontri e conflitti. In ogni caso la maggior parte di questi giochi risultavano appartenere all’ambito individuale.

L’attività ludica di strada stimolava e consisteva in una accentuata rivalità, ricordo con dovizia di particolari che nel mio rione si organizzavano le olimpiadi dell’atletica con gare di velocità, salti e mezzofondo e all’estremo anche guerre tra bande. Era un’azione prettamente fisica, fatta ad oltranza e quando si era stanchi si passava ad una attività meno movimentata. Non c’erano cronometri a cadenzare il tempo ma solo fiatone e spossatezza a calmierare lo sforzo e le mamme a stabilire quando era giunta l’ora di rientrare. In tutto questo l’agonismo non veniva certo ignorato, svolgeva invece un ruolo di primo piano con giochi e sfide che stimolavano la combattività. A volte le belligeranze erano contrassegnate da esasperazioni, tanto che i genitori erano costretti ad intervenire per calmierare le contese, soprattutto quando dal superare e prendere in giro l’avversario si passava alla sopraffazione.

Oggi gli adulti non si accontentano di stare a guardare i bambini, scendono direttamente in campo per imporre loro le regole e costringerli a svolgere né più né meno di quanto fanno gli atleti evoluti.

Nel trarre alcune considerazioni di quanto prospettato possiamo affermare che un tempo tutti erano formati all’attività agonistica, allora si esprimeva attraverso una ruspante competitività sociale, mentre oggi l’effetto delle nostre imposizioni fa sì che molti bambini rifuggano solo l’idea di doverla affrontare. Perché un tempo si era allenati alla combattività grazie a molte ore di pratica quotidiana in strada, i ragazzi dedicano oggi all’attività fisica pochissimo tempo.

Nell’operare marginalmente ai settori giovanili è facile accorgersi che di questi tempi sono gli adulti a condurre i ragazzi in una certa direzione senza però preoccuparsi di fornire gli infanti dei necessari supporti. Condizioni che potrebbero favorire il lento passaggio dal gioco alla sperimentazione di nuove attività, rafforzando progressivamente nei bambini le esperienze al confronto fino a renderli pronti scendere in pista. Esercizio che personalmente ho fatto a 14 anni nella sola gara comunale dei Giochi della Gioventù per ripetere l’esperienza agonistica ben un anno dopo.

Vi è però un altro ambito di riflessione che permette di cogliere alcuni aspetti fondamentali e per trovare questo spazio dobbiamo rifarci alle informazioni che i ragazzi lanciano nella nostra direzione con il loro comportamento. Dovremmo infatti prendere in seria considerazione i modi di reagire degli infanti e soprattutto le frasi che esternano:

  • Quando Martina dice: ”Sono scarsa, non sono capace di fare niente, che cosa ci vado a fare” esprime la percezione che lei ha della sua persona, indica il bisogno di sentirsi preparata, sicura nei propri mezzi, cosciente delle sue capacità. Direi che l’aspetto rielaborativo di Martina è certamente più avanzato di quello degli adulti che la allenano. La bambina ha ragione sotto tutti i profili ed appare importante offrirgli un’attività ed un modo di fare le cose che la porti ad ottenere la sicurezza necessaria per fronteggiare la competizione;
  • Se sono assalito dal mal di pancia perché devo affrontare una situazione nuova vorrà pur dire qualche cosa. L’adulto dovrebbe farsi carico di trovare i motivi di questa condizione e cercare di abbassare la tensione che il bambino vive. Sono stato messo in forte difficoltà quando mia figlia ha detto “Papà, ho bisogno di un gruppo con il quale fare le cose perché in questo modo mi sento più tranquilla ed ho meno paura di affrontare le gare”. Mi sono sentito sprofondare per non aver colto questo aspetto, ero infatti convinto bastasse fornire i ragazzi dei mezzi tecnici e coordinativi per affrontare la gara e invece evidentemente non sono sufficienti;
  • E’ vero però che i ragazzi hanno bisogno anche di sicurezze motorie. Chi manca delle rassicurazioni specifiche soffre l’ansia di “non sentirsi preparato”, vive una instabilità emozionale data dall’incapacità fisica o tecnica nel gestire una situazione specifica fatta sotto la tensione di gara. Per questo è importante fornire i ragazzi delle abilità motorie e capacità nell’amministrare il loro corpo, senza trascurare il lato emozionale del loro vivere la competizione;
  • Ci vorrebbe infine, ma dovrebbe forse essere messo in testa ai requisiti, un percorso meno accentuato alla competitività specifica, uno sviluppo di stadi agonistici diversi da quelli proposti attualmente.

La proposta potrebbe prevedere:

Fare esperienze di gioco insieme al proprio gruppo di appartenenza ma all’interno della struttura nella quale i bambini sono abituati a svolgere l’attività (Garette sociali, di quartiere, d’istituto, tra gruppi della stessa società o tra società che lavorano nello stesso ambito);Una sperimentazione nell’acquisizione di quanto si è appreso in allenamento (Gioco sulle abilità acquisite e quindi sugli esercizi che abbiamo imparato a fare);Esperienze scolastiche guidate ed accompagnate dagli insegnanti, soggetti che svolgono un ruolo differenziato rispetto al nostro ed agiscono in un contesto differente da quello della società sportiva. Questo perché i ragazzi che fanno atletica possano sentirsi valorizzati rispetto i loro compagni di classe e le imposizioni sono provenienti da un ambito riconosciuto;A questo punto si potrebbero vivere alcune esperienze, poche e ben enfatizzate, di scarso impatto temporale e che portino i ragazzi ad affrontare “insieme al proprio gruppo” esercitazioni che assomigliano alle gare (Per esempio: Salto tra i plinti con arrivo in buca al lungo/Alto con rimbalzello/Lancio di precisione della pallina da tennis …);Solo successivamente si potrebbero sperimentare l’ambito agonistico che faccia riferimento all’atletica leggera (Salto in lungo con rincorsa limitata/Corse di velocità con partenze “Strambe” / Corse lunghe con passaggi temporali obbligati …).

A prescindere da questi suggerimenti che inducono a guardare all’azione agonistica con una certa progressività, sembra necessario far adottare alle società sportive altri stili comportamentali verso i ragazzi:

Evitando nel distinguere e separare gli agonisti dai non agonisti (almeno fino a quando si entra nel gruppo di specialità);Qualificando i loro allenatori sia sotto l’aspetto tecnico che quello relazionale (Strategie nel rapporto con i bambini). Personalmente non ho mai visto nessuna società chiamare uno psicologo che dia risposta alle difficoltà degli operatori offrendo suggerimenti;Proponendo un’attività agonistica di progressivo impegno temporale, con gare che si consumano nell’arco di un paio d’ore, per non stressare bambini e soprattutto impegnare temporalmente troppo le famiglie;Imponendo una gradualità nel lavoro fisico. Il che significa predisporre il terreno per un effetto di rimbalzo fisiologico che veda l’individuo esprimere tante più energie quanto più tempo e dedizione dedica al lavoro. Aspetto trascurato perchè si è passati da un’attività esagerata ad una troppo calmierata dove lo stretching e giochi di scarso movimento hanno avuto il sopravvento sulla dinamicità operativa della preparazione condizionale;Incentivando chi risponde positivamente ma al tempo stesso coinvolgendo anche i genitori dei ragazzi in iniziative che li impegnino in campo mentre i ragazzi svolgono attività. Perché quando la famiglia va in pista diventa tutto più semplice. Ad esempio si potrebbero organizzare agli stessi orari corsi di attività fisico-motoria per i genitori che accompagnano i loro figli a fare attività.

Chiudo questa riflessione invitando il lettore a guardare al “non agonismo” da una visuale diversa, soprattutto da quella di coloro che all’estraniarsi dei ragazzi alla competitività risponde con una sola ed imperiosa scelta: l’obbligo.

A tal proposito ricordo che il verificarsi di un evento non è mai dettato da un solo motivo ma esprime diverse concause. Questa condizione dovrebbe indurre gli adulti ad analizzare le problematicità cercando di rispondere con altrettante iniziative. Nel nostro caso è bene far presente che tanto più rigide sono le regole che andiamo ad imporre, tanto più accentuata si rivela la nostra incapacità nel rispondere costruttivamente al fenomeno.

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