LA PAURA DI CAMBIARE Quando sono i timori a frenare le nuove esperienze

Sinceramente non avevo mai preso in considerazione che potessero esserci tecnici, anche caratterizzati da una certa esperienza, con il timore di cambiare gli assetti meccanici dei propri atleti. Ad un primo approfondimento ho riscontrato come ciò accada più spesso di quanto me lo sarei mai immaginato e forse sono arrivato anche a scoprire perché.Quando non si conoscono i processi che permettono di gestire l’apprendimento ecco scattare la paura. A frenare sopraggiunge la preoccupazione di non riuscire governare il cambiamento e appare più sensato mantenere lo statu quo, timorosi che si rompa il giocattolo

di Fulvio Maleville

Seduti a tavola si parlava dei soliti argomenti e soprattutto si scambiavano opinioni riguardo le caratteristiche e preparazione degli atleti. All’allenatore di un 800ista era stato fatto notare che l’atleta correva “perdendo i piedi” e con questo assetto risultava difficile essere efficaci nei finali di gara. Il tecnico, consapevole di questo negativo fattore nella meccanica di corsa del suo atleta, aveva così espresso un’idea che non avevo mai preso in considerazione: “Non me la sento di cambiare il suo modo di correre, ho paura che peggiorino i risultati”.

La cosa mi aveva colpito per due principali motivi, il primo è che non avevo considerato questa ipotesi, il secondo vede destabilizzato il mio ruolo di aggiornatore, visto che da sempre vado predicando esattamente il contrario. Allora mi sono chiesto quanti siano i tecnici che la pensano in questo modo e soprattutto se la loro posizione potrebbe essere utilizzata anche in ambito organico portando ad escludere qualche tipo di lavoro per il solo fatto che l’atleta soffre particolarmente quella tipologia oppure perché l’allenatore non lo ha mai sperimentato.

Sta di fatto che l’occasione mi ha aperto gli occhi su un ambito che non avevo considerato. Ho così cercato di addentrarmi nel problema per trovare la chiave di uscita.

Dopo tanto rimestare sono giunto alla considerazione che il “blocco” verso certi tipi di attività sia sostanzialmente dovuto ad un deficit culturale. Nel ripercorrere il processo di quanto si era verificato sono riuscito risalire a frasi, contesti e atteggiamenti che in passato avevano già espresso altre persone. Ad esempio vi sono tecnici convinti che fare pesi faccia male, ignari del fatto che i carichi dinamici risultano assai più elevati di quelli lenti e statici del sollevamento. Così mi è venuto in mente anche uno scritto di Luciano Gigliotti e Alessandro Donati del 1984 dove leggendo avevo percepito perfettamente che i due autori cercavano di rassicurare i colleghi invitandoli ad utilizzare i balzi, preoccupandosi di evidenziare come tali esercitazioni estensive non avrebbero provocato alcun problema fisico, a patto che l’azione fosse eseguita correttamente. Ma vi sono altre cose che mi hanno fatto pensare come la nostra preparazione culturale sia fortemente condizionata da esperienze o, al contrario, da totali inesperienze. Non a caso si vedono tecnici giovanili evitare del tutto certi ambiti come ad esempio il salto con l’asta con la scusa che risulta “difficile” o “pericoloso”. In altri casi sono gli stessi atleti a porre freni e reticenze nell’affrontare modalità di lavoro o esercizi nei quali si trovano in palese difficoltà.

Anche talune esercitazioni, caratterizzate da sussidi come l’uso della funicella, possono mettere in tensione o addirittura ottenere un rifiuto da parte degli atleti. Insomma, quando ci si addentra in un ambito sconosciuto o si manca di intravedere le valenze positive dell’azione diventa più facile eliminare il problema che affrontarlo e risolverlo.

Ho quindi dedotto che il filo conduttore di tutto questo è indubbiamente legato alla non conoscenza e all’ancestrale modo di reagire di tutti noi davanti alla difficoltà un ambito dl quale non abbiamo esperienza. E’ così che molti tecnici pensano risulti umiliante chiedere quanto non sanno ad un collega, perché rischiano di fare la figura dell’ignorante. Ma se ignorante è colui che ignora non credo ci siano problemi a superare queste evenienze, basta semplicemente dichiarare pubblicamente le proprie incompetenze per dare valore e importanza a chi possiede le conoscenze, ottenendo così le informazioni che stavamo cercando.

Nel rielaborare il tutto mi sono quindi reso conto quanto sia importante aprirsi a valori che non sempre servono direttamente allo scopo ma che possono valorizzare le conoscenze di ambiti molto diversi. Aprirsi a questo modo di pensare rende tutto molto più interessante, ci avvicina ai compagni di viaggio, consolida le amicizie e rende partecipi dell’ambiente. Se non avessi preso questa strada sono certo che avrei smesso di allenare molti anni fa, oggi sono invece più che mai stimolato continuare proprio perché ho ancora moltissime cose da imparare. Forse per questo mi piace allenare più specialità e per la medesima ragione mi addentro in ambiti che fino ad ora ho affrontato in modo superficiale.

In questa riflessione vorrei anche spezzare una lancia per quanti hanno intrapreso da poco il mestiere dell’allenatore e vivono un momento formativo a mio avviso fondamentale. Queste persone vanno rafforzate e stimolate soprattutto ad informarsi, ampliare le loro conoscenze, mettere in dubbio quello che fanno e mantenere sempre aperta la porta della conoscenza e dell’approfondimento.  Creare una generazione tecnica caratterizzata da queste qualità servirà a compensare la scomparsa di allenatori provenienti dall’insegnamento e sono certo possa incidere positivamente nell’evoluzione del nostro ambiente.

In fondo, se oggi siamo fermi tecnicamente e didatticamente lo dobbiamo proprio alla mia generazione. Molti insegnanti di Ed. Fisica inseguendo scopi economici hanno abbandonato l’atletica ed oggi ci troviamo quindi a doverli sostituire con giovani di tutt’altra estrazione. Sono persone che dovrebbero migliorare e far evolvere i metodi di lavoro. Abbiamo quindi bisogno che nuovi tecnici siano molto aperti e non reticenti alle nuove esperienze.

 Vorrei infine ricordare che senza coloro che hanno avuto la forza di cambiare, il mondo sarebbe molto più arretrato. L’innovazione va quindi cercata soprattutto dentro di noi. Cambiare significa anche sbagliare, che di per sé non è un aspetto negativo se riusciamo ad ammettere i nostri errori riconoscendo la strada che ha generati e siamo pronti ad affrontare un altro “diverso” percorso per superare le difficoltà.