Riflessione sui concetti di specificità e di allenamento funzionale ( seconda parte)

di Clément Chery
Sciences du Sport et de l’Exercice; marzo 2019

Nella prima parte di questo documento sono stati analizzati alcuni elementi base che interessano l’allenamento funzionale, tra questi il concetto di specificità, quale elemento di transfert verso la prestazione. La specificità in sé richiede che, ogni programma d’allenamento debba essere specifico per lo sport praticato, per assicurare la migliore correlazione con un preciso gesto sportivo.

“Allena il movimento, non il muscolo” credo rappresenti il concetto base dell’allenamento funzionale.

Seconda parte

In questa seconda parte tratteremo:

  • Transfert: un fenomeno a geometria variabile
  • Allenamento funzionale vs. specifico
  • Conclusione

Transfert: un fenomeno a geometria variabile

Il fenomeno della supercompensazione, che è la base di qualsiasi adattamento legato al processo di allenamento, è stato ampiamente utilizzato per spiegare la resilienza dei sistemi biologici allo stress fisico. Matveyev usa anche questo fenomeno per spiegare e giustificare le sue teorie sulla periodizzazione e sulla pianificazione dell’allenamento. Il ciclo di supercompensazione è caratterizzato dall’interazione tra un carico di lavoro e i processi di recupero. (La Supercompensazione è un processo fisiologico che si verifica a seguito di un lavoro muscolare, che porta il tessuto muscolare dapprima ad una fase di stress (fase catabolica) e dopo, a seguito di riposo muscolare, ad una fase di crescita ed adattamento muscolare superiore al punto di partenza (fase anabolica). È iniziato dallo stress fisico, che sarà l’innesco di una cascata di risposte fisiologiche intese a ripristinare uno stato di equilibrio (omeostasi)). I diversi elementi teorici del ciclo di supercompensazione sono rappresentati nel grafico seguente, che è presente in quasi tutti i manuali di allenamento contemporanei.


Figura 6. Ciclo di supercompensazione, che mostra l’evoluzione della capacità di lavoro dopo un carico di lavoro.

Pertanto, dopo uno stimolo iniziale si verifica la prima fase del ciclo di supercompensazione, caratterizzata da uno stato di fatica (centrale e periferico) proporzionale all’entità dello stimolo applicato. Questa fase acuta coinvolge i meccanismi di recupero del corpo che consentiranno, al termine di questa fase (e se non si verificano altri stress) di ripristinare le capacità fisiche dell’atleta. Tutto lo timolo viene vissuto come un “attacco” che potrebbe potenzialmente compromettere la sopravvivenza dell’individuo, il corpo cercherà quindi di prepararsi al meglio, in previsione di un secondo confronto con lo stress della fase 1. Egli andrà quindi a rafforzare in modo specifico i sistemi precedentemente sollecitati. In effetti, i nostri processi adattivi non sono naturalmente orientati a migliorare le nostre prestazioni in un determinato sport, aumentare la massa muscolare o diminuire la percentuale di massa grassa. La nostra vita moderna li distingue dalle loro funzioni primarie, per rispondere a preoccupazioni meno vitali, ricreative, estetiche o di salute. Alla fine, dopo che è trascorso un certo periodo di tempo senza un nuovo confronto con lo stress della stessa natura, gli adattamenti acquisiti nella fase di supercompensazione regrediscono gradualmente fino a quando non riprendono il loro livello iniziale (di pre-stimolazione).

Tuttavia, vale la pena notare che questo modello si basa in gran parte sulla dinamica di esaurimento/modifica delle sostanze biochimiche come la fosfocreatina o il glicogeno muscolare (Issurin, 2010). Questo modello si riferisce quindi solo ad una parte dei sistemi di recupero, poiché non tiene conto del recupero del sistema nervoso centrale. Inoltre, ogni individuo differisce in termini di potenziali fisici. Ciò è evidente anche dalle capacità fisiche di base, in termini di capacità motorie, forza, potenza o resistenza, nonché dalla variabilità della grandezza e della durata delle fasi 1, 2 e 3 del ciclo di supercompensazione. Naturalmente, queste differenze non sono interamente spiegate da fattori genetici ma entrano in gioco anche altri fattori come la personalità, l’ambiente sociale o la storia sportiva. Ma il fatto è che questo modello di supercompensazione presenta alcuni difetti, che la rendono quasi inutilizzabile per il professionista. In questo senso, lo studio di Hubal et al. (2005) fornisce una migliore comprensione della grande diversità delle risposte adattative umane allo stesso stimolo. I ricercatori coinvolti in questo studio hanno confrontato le differenze di miglioramento, in termini di forza e ipertrofia, in 585 individui allenati che hanno partecipato alla stessa routine di allenamento con i pesi per 12 settimane (lavoro unilaterale dei flessori del gomito). I risultati di questo studio evidenziano un aumento di forza medio del 54%. Soprattutto (e questo è importante), evidenziano una grande variabilità interindividuale nell’entità nei miglioramenti di forza, che vanno dallo 0 al 250%! I cambiamenti nell’area della sezione muscolare mostrano anche un alto livello di variabilità, che varia dal 2 al 59% (Fig. 7).

Figura 7. Variazione dell’area della sezione trasversale del braccio allenato rispetto alle misurazioni di riferimento iniziali. Le misure caratterizzate dalle barre blu rappresentano quelle registrate per gli uomini, mentre le barre marroni rappresentano le misure registrate per le donne (da Hubal et al., 2005)

Senza nemmeno parlare di tranfert da un’attività all’altra, possiamo già vedere che l’allenamento su un movimento specifico produce uno spettro di adattamento molto ampio e variabile a seconda dell’individuo! Questa grande diversità non è solo osservabile per le qualità di forza o ipertrofia, ma è stata verificata per quasi ogni altra qualità fisica misurabile. La ricerca di un transfert ottimale non può quindi limitarsi al solo principio di specificità e deve necessariamente tenere conto delle caratteristiche specifiche degli atleti. Ciò è tanto più vero quando ci rivolgiamo ad atleti ad alte prestazioni, già abituati alla maggior parte degli stimoli e quindi capaci di confrontarsi con il fenomeno dei rendimenti ridotti.

Quando un tubetto di dentifricio è pieno (atleta scarsamente allenato), indipendentemente da dove lo premi (non importa come ti alleni), avrai il dentifricio (prestazioni migliorate). Ma dopo aver raggiunto un certo livello di allenamento, quando il tubo del dentifricio è quasi vuoto (finestre di adattamento ridotte), dovrai premere il tubo in modo molto specifico e molto mirato per poter far uscire la pasta. ( J.B. Morin)

Pertanto, è molto probabile che far aumentare il carico nello squat di un giocatore di rugby da 200 a 210 kg nell’arco di sei mesi avrà un impatto limitato sulla sua prestazione complessiva nel gioco. In effetti, questo giocatore avrà sicuramente già usufruito di tutti i benefici di questo movimento e di questo metodo di lavoro in termini di transfert. Il rapporto tra il tempo investito e l’entità del rendimento sarà quindi sicuramente molto basso. Questo giocatore avrà quindi interesse ad esplorare altri esercizi se vuole continuare a progredire. Al contrario, il lavoro di forza in palestra per un calciatore la cui storia di allenamento si riduce a poche ore trascorse su un cuscino propriocettivo avrà sicuramente conseguenze positive sulle sue prestazioni sportive.

Cosa ricordare da questa parte:

La velocità e l’entità dell’adattamento ad un carico di allenamento variano notevolmente da un individuo all’altro e comportano un controllo costante dei parametri di allenamento. Questo controllo è necessario per non superare le capacità adattative di un individuo e quindi non comprometterne il recupero, o al contrario, per evitare che un carico di lavoro sia troppo basso per stimolare gli adattamenti desiderati. L’individuazione dell’allenamento e una attenta valutazione del profilo dell’atleta sono quindi cruciali nella programmazione dell’allenamento.

Allenamento funzionale vs. specifico

Come il concetto di specificità, il concetto di allenamento funzionale ha sofferto molto per la sua divulgazione, tanto che l’amalgama è spesso fatta tra questi due termini. Da quando l’industria del fitness si è appropriata di questo termine e lo utilizza in tutte le salse come elemento di marketing per vendere servizi, attrezzature o programmi di allenamento, la parola ha gradualmente perso il suo significato. Per molti, l’allenamento funzionale è necessariamente caratterizzato dall’uso di esercizi complessi, anche fantasiosi, la cui utilità spesso rimane inaccessibile alla gente comune. Ma state tranquilli, il 95% delle persone in palestra che fanno squat su un bosu, non sanno cosa stanno facendo e spesso non hanno le basi tecniche per eseguire uno squat corretto su una superficie stabile. Quindi ricorda che a differenza di un esercizio specifico, un esercizio non è di per sé funzionale, perché questo aggettivo ha bisogno di altri due elementi di riferimento per avere un senso: l’individuo e la funzione motoria in questione. Questo concetto è più interessato all’impatto che un esercizio avrà sulle prestazioni sportive, piuttosto che alle modalità dell’esercizio stesso (mono/bi-articolare, unilaterale/bilaterale, specifico/globale, ecc.).  A seconda del contesto, un esercizio può essere (o non essere) funzionale.

L’allenamento funzionale non è necessariamente determinato dal modo in cui si ottiene un risultato (ad esempio esercizi specifici), ma è caratterizzato dalla ricerca di prestazioni in sé, risultante dall’uso di metodi di allenamento sia generale che specifici. (MC Siff 2002)

Il concetto di allenamento funzionale è quindi più ampio di quello di allenamento specifico, poiché comprende sia le caratteristiche specifiche della disciplina sia quelle specifiche dell’atleta. Non possiamo quindi parlare di allenamento funzionale senza passare attraverso le seguenti tre fasi di analisi:

  • L’analisi disciplinare, che comprende l’intero processo di analisi degli elementi specifici della disciplina sportiva (vedi Parte II);
  • L’analisi dei bisogni dell’atleta, relativi alle sue particolarità fisiche (anche psicologiche);
  • L’analisi comparativa destinata a mettere in relazione gli elementi dell’analisi disciplinare con l’analisi dei bisogni dell’atleta.

Questo approccio all’allenamento funzionale richiede quindi di ridurre le prestazioni ad alcuni aspetti, al fine di poter sviluppare un programma di allenamento che soddisfi sia le esigenze specifiche della disciplina sia le esigenze dell’atleta.

Mentre è facile immaginare che un esercizio specifico sia funzionale, vale a dire che produce adattamenti positivi alle prestazioni di un atleta, può essere più complicato immaginare i casi per i quali un esercizio specifico risulta funzionale. Facciamo un esempio in cui i miglioramenti di forza acquisiti con un movimento generale, come la distensione alla panca, possono tradursi in un miglioramento delle prestazioni di una specifica azione motoria come un diretto nella boxe. Per fare questo, iniziamo confrontando le specificità tecniche di questi due movimenti.

La distensione alla panca

Bisogna prima rendersi conto che la tecnica dell’esercizio di distensione alla panca non è stata costruita con l’obiettivo di generare un trasferimento ottimale ad altre qualità atletiche, ma piuttosto per soddisfare le esigenze prestazionali della sua disciplina originale: la forza atletica. È quindi il frutto della ricerca empirica di atleti e allenatori, la cui principale preoccupazione è quella di spostare il carico più elevato possibile nel rispetto del quadro normativo in vigore. Tutte le istruzioni di posizionamento insegnate per i lavori di forza in atletica, nelle sale pesi e nell’allenamento professionale hanno quindi come finalità la performance sul movimento stesso. Per massimizzare le prestazioni della panca, l’atleta deve quindi osservare alcuni punti tecnici chiave intesi (tra le altre cose) a ridurre la molteplicità di movimento e creare una superficie di supporto stabile per la spinta. Comunemente utilizzati nelle competizioni, troviamo le seguenti tecniche di posizionamento principali:

  • Una adduzione/abbassamento scapolare;
  • Una estensione del torace molto pronunciata;
  • Una rotazione esterna delle braccia in posizione alta;
  • Un grado di adduzione del braccio di circa 45 ° alla fine della flessione;
  • Una spinta statica postero-anteriore delle gambe a terra;

Il diretto nella boxe

Lo studio di Filimovov et al. (1985) documenta che l’entità della forza esercitata nel punto di impatto di un diretto nel pugilato è il risultato della trasmissione della forza attraverso una particolare catena cinetica, sequenziata come segue:

  • Tripla estensione di fianchi, ginocchia e caviglie;
  • Una rotazione del tronco;
  • Una estensione della spalla e del gomito.

Il contributo di ciascun elemento di questa catena cinetica alla produzione di forza sull’impatto di un diretto è stato quantificato in questo studio:


Figura 8. Contributo (%) di ciascun elemento della catena cinetica diretta alla produzione di energia in una sola volta, secondo il livello di pratica (da Filimovov et al. 1985).

Alla luce di questi risultati, diventa chiaro che la produzione di energia di un diretto, sviluppata da un atleta di alto livello dipende in gran parte dalle qualità esplosive della tripla estensione degli arti inferiori (38%), dalla rotazione del tronco (37 %) e, in misura minore, dall’estensione della spalla e del gomito (24%). Tali studi sono di grande importanza per il professionista, perché consentono una migliore comprensione del gesto sportivo e mettono in evidenza elementi che all’inizio possono sembrare poco intuitivi.

Ora confrontiamo!

Cosa ci dicono questi risultati in termini di specificità biomeccanica della panca rispetto ad un diretto? Se confrontiamo le caratteristiche meccaniche del movimento alla panca con i criteri di efficacia di un diretto, possiamo vedere che per molti aspetti la panca ha un livello di specificità molto basso rispetto a questo movimento:

  1. La panca è un movimento che utilizza la forza degli arti superiori, anche se le gambe hanno un importante ruolo stabilizzatore. A differenza di un diretto, gli arti inferiori non contribuiscono quindi direttamente al movimento (dal punto di vista motorio).
  2. Le componenti della tenuta nella distensione alla panca sono richieste in una posizione di massima estensione vertebrale e in una modalità di contrazione muscolare isometrica. Il diretto utilizza le qualità di estensione e rotazione dinamica del tronco, con allineamento spinale neutro o di flessione, secondo i casi.
  3. La scapola e per estensione i muscoli scapolari, hanno implicazioni diverse nella distensione alla panca e su un diretto. Come per la maggior parte dei movimenti sportivi balistici che coinvolgono gli arti superiori, il ruolo della scapola è quello di consentire l’espressione e la trasmissione di forze sull’ampio raggio di movimento offerto dal complesso articolare della spalla. A differenza di altre articolazioni, la scapola non ha realmente un supporto fisso per generare questa forza, e quindi lavora sul modello strutturale di tensegrity** (McQuade et al., 2016). [**concetto applicato all’architettura ma paragonabile ad un sistema olistico interconnesso, come è il corpo umano, nel quale la vita e la sopravvivenza stessa sono basati sull’equilibrio tra tensione e rilassamento di tutti gli organi interni ed esterni, della struttura ossea, del sistema nervoso e muscolare, queste strutture si autosostengono per effetto di uno stato di tensione presente nel sistema (da cui il nome di tensegrity, dalla fusione di tension e integrity)] Le forze, invece di essere trasmesse da una leva articolare, sono il risultato di una giusta distribuzione delle tensioni a livello delle strutture mio-aponeurotiche. Nella distensione alla panca, la panca consente alla spalla di avere un punto di ancoraggio fisso per il movimento, una condizione che non si trova in nessun altro movimento sportivo. Il modo di usare la scapola è quindi completamente diverso da quello di un diretto, poiché non cerchiamo più di trasmettere una forza su una vasta disponibilità di movimenti, ma di creare una base stabile per ottimizzare l’espressione delle forze di estensione della spalla e del gomito. L’attacco delle scapole a una panca allo stesso tempo impedisce qualsiasi antepulsione del moncone della spalla. (Da una visione più ampia e complessa si osserva, che quando la spalla risposta indietro in un movimento di retropulsione, la clavicola di conseguenza si sposta indietro e l’angolo tra questa e la scapola aumenta, viceversa nei movimenti di antepulsione della spalla l’angolo clavicola-scapola diminuisce e la clavicola tende ad adagiarsi completamente sul piano frontale)

Questa manovra è giustificata anche per quanto riguarda i criteri di efficacia nella distensione alla panca (riduzione del range di movimento, ricerca di stabilità), dal punto di vista profilattico (prevenzione di un conflitto subacromiale) [Questa condizione patologica è correlata ad un’alterazione anatomica e/o funzionale della cuffia dei quattro muscoli rotatori, ossia: sovraspinoso, sottospinoso, sottoscapolare e piccolo rotondo. I loro rispettivi tendini passano attraverso uno spazio ristretto compreso tra l’acromion della scapola e la testa dell’omero (cioè l’osso superiore della parte superiore del braccio). Se quest’area si restringe, si crea una compressione dei tendini che si traduce in dolore alla spalla, particolarmente evidente durante uno sforzo con il braccio alzato]). Tuttavia, questa posizione impedisce l’intervento dinamico del dentato anteriore, ridotto al ruolo di fissatore. Questo muscolo, giustamente chiamato “muscolo del pugile”, è tuttavia un importante muscolo sinergico nel modello di spinta orizzontale.

In sintesi, nella distensione alla panca si interviene solo su una porzione ridotta della catena cinetica che, nella migliore delle ipotesi, rappresenta solo il 24% dell’efficienza complessiva di un diretto. Tuttavia e nonostante il suo basso livello di specificità, la panca può, in alcuni casi, essere la fonte di un miglioramento delle prestazioni e quindi essere qualificata come un esercizio “funzionale”.

Una catena è forte quanto lo è il suo anello più debole

Se sei nel mezzo dell’allenamento e della preparazione fisica, potresti aver già sentito questo famoso detto. Pertanto, concepire la dinamica delle forze al lavoro nella realizzazione di un movimento sportivo come una catena “cinetica”, permette di immaginare le implicazioni degli esercizi “specifici”, “globali” e “mono articolari”, in il prodotto finale della prestazione sportiva. Il vantaggio degli esercizi specifici è che coinvolgono quasi tutti i collegamenti della catena e li fanno lavorare in un modo molto vicino a quello del movimento competitivo di riferimento, in particolare dal punto di vista della coordinazione e della velocità di esecuzione. Gli esercizi globali, che sono più decontestualizzati, spesso coinvolgono solo un numero minore di collegamenti specifici nel movimento sportivo di riferimento, ma possono consentire loro di essere considerati in modo più intenso. Hanno quindi un netto vantaggio rispetto agli esercizi specifici specialmente quando si tratta di rafforzare un punto debole della catena (ad esempio l’estensione dell’anca). Gli esercizi di isolamento o mono articolari sono in qualche modo il bisturi dell’allenatore fisico, poiché colpiscono solo un numero ancora più piccolo di muscoli, e questo in modo completamente decontestualizzato. Sono utili solo quando pensi di aver isolato un particolare punto debole (ad es. Rotatori esterni, adduttori, ecc.). Per questo motivo, vengono spesso utilizzati per scopi profilattici o ri-atletici. Hanno anche il vantaggio di dissipare meno energia sugli elementi che non fanno parte della catena specifica, come può accadere con gli esercizi globali. In effetti, non si deve dimenticare che ogni atleta ha un capitale di energia disponibile limitato, che è necessario spendere per quegli elementi che presentano il miglior ritorno sull’investimento (vale a dire i collegamenti specifici).

Per tornare alla nostra situazione, l’esercizio alla panca può quindi essere funzionale al fine di sviluppare la potenza dell’atleta, anche se soddisfa solo la necessità di colmare un deficit di forza sul modello di spinta orizzontale. In effetti questo movimento, sebbene abbia un livello relativamente basso di equivalenza dinamica globale, è particolarmente interessante quando si tratta di rafforzare e sviluppare la potenza del tricipite, del deltoide anteriore, del pettorale e dei rotatori interni della spalla. La posizione e il ruolo aspecifico delle scapole sulla panca consentono di generare una stabilità prossimale utile per lo sviluppo della potenza dei muscoli precedentemente menzionati, pur mantenendo un’interessante instabilità distale. Inoltre, l’uso di diverse varianti della panca nella programmazione creerà una stimolazione più completa e più specifica per il movimento sportivo di riferimento.

Quest’ultimo punto solleva uno dei principali limiti del concetto di allenamento funzionale: la valutazione funzionale.

L’allenamento funzionale è praticabile solo se si è in grado di oggettivare un particolare problema, di quantificarlo mediante test specifici e standard comparativi adattati. Altrimenti, ci sono buone probabilità che ti venga detto che non stai misurando, ma che stai immaginando. (Se non stai valutando, stai indovinando).

La mente umana è in grado di eseguire operazioni non calcolabili. (A. Turing)

Ecco perché, oltre al rigoroso processo di selezione dei test da implementare, il consiglio è di allenare la capacità di osservare. Questo approccio più fenomenologico richiederà di affinare l’istinto, l’occhio e sviluppare un’empatia “fisica” con i tuoi atleti. Un po’ come il modo in cui l’affascinante coach Jonas Dodoo lavora con i suoi velocisti, il cui approccio consiste nel combinare conoscenze avanzate nella biomeccanica del movimento con ottime capacità di osservazione. Il risultato di questa particolare combinazione è un’abilità nell’analizzare, rilevare e correggere dettagli tecnici precisi nella meccanica da corsa dei suoi atleti. Questa analisi può anche essere effettuata utilizzando processi tecnologici (piattaforme di forza, sistema di analisi 3D, ecc.). Ma questo percorso richiede molto più tempo per raccogliere, elaborare e analizzare i dati. Nonostante un’analisi più precisa della meccanica del movimento, i risultati ottenuti con questo metodo spesso perdono rilevanza. In effetti, sia per il coaching tecnico sia per la preparazione fisica, il feedback spesso conta solo se viene dato nel momento presente. Inoltre, pensare che si possa oggettivare tutto, quantificare tutto per mezzo di test è una chimera che dura solo il tempo dell’apprendimento teorico e che raramente supera il test della pratica. Mentre è vero che alcuni test sono di un certo interesse e rendono possibile ottenere informazioni altrimenti inaccessibili (ad es: profili F – V), purtroppo non saremo in grado di includere un numero infinito di test in un numero finito di sessioni. Ad esempio, l’FMS (Functional Movement Screen) è un test eccellente di valutazione dei problemi di mobilità e stabilità che mira a determinare il punto debole del movimento di una persona attraverso degli schemi motori ma richiede tempo per essere completato, soprattutto quando deve essere implementato a livello di squadra. Preferisco l’approccio di Kelly Starrett (Starrett & Cordoza, 2013), incentrato su uno screening più dinamico, direttamente integrato nella sessione che permette di vedere l’allenamento come un’opportunità per giudicare le abilità dell’atleta su una base quotidiana. Questo è uno screening meno formale, certamente, ma altrettanto efficace. Inoltre, l’uso di test standardizzati e attrezzature tecnologiche all’avanguardia non garantisce l’accesso alle informazioni che ti interessano. Non dimentichiamo che un atleta è un essere sensibile, nel senso che percepisce i fenomeni neuromuscolari che stiamo cercando di comprendere attraverso questi test. Finché viene aiutato a sentire, distinguere ed esprimere le manifestazioni fisiche di questi fenomeni, il preparatore fisico offre quindi accesso diretto a un gran numero di informazioni utili. Distinguere la natura di un dolore per tornare alla sua origine (muscolo, tendine, articolazione, ecc.), stimare con precisione un livello di ripetizione, sia esso effettuato in riserva o su un livello di affaticamento generale è una facoltà che può essere appresa ed esercitata. L’efficacia di questo metodo di acquisizione delle informazioni è regolata dalla qualità della relazione e del dialogo con l’atleta. Pertanto, anche se alcuni problemi particolari richiedono di essere oggettivati ​​mediante test standardizzati, non fa male introdurre un certo livello di soggettività nell’approccio all’allenamento funzionale.

Cosa ricordare da questa parte:

L’allenamento funzionale è un concetto che ha acquisito importanza nel mondo della preparazione fisica negli ultimi anni, soprattutto sotto l’influenza di autori come Mike Boyle o Gray Cook. Tuttavia, questo concetto rimane ampiamente frainteso dal grande pubblico che tende ad assimilarlo a determinati tipi di esercizi, invece di vederlo come un sistema di analisi e individualizzazione dell’allenamento. Qualunque sia l’obiettivo o la funzione prevista, sia per la ricerca di prestazioni, salute o di rieducazione-atletica, l’allenamento funzionale si basa soprattutto su una riflessione che tiene conto della relazione tra le caratteristiche specifiche di un una particolare attività (funzione).

Conclusione

La ricerca di una specificità sistematica in un programma di allenamento è a mio avviso controproducente, almeno quando è dettata dal desiderio di mimetismo (opportunismo), puro e semplice, dell’attività motoria interessata. Quando la specificità di un esercizio è considerata in modo binario (specifico o non specifico), a seconda del suo livello di vicinanza al gesto sportivo, allora diventa troppo restrittiva. Tuttavia, se concepiamo l’efficacia di un gesto sportivo non più come il risultato di una singola qualità (forza, velocità, resistenza, ecc.), ma come congiunzione di diverse qualità diverse, allora diventa possibile segmentare il lavoro di questa qualità in “strati”. Questo approccio al concetto di specificità favorisce l’individualizzazione di diversi elementi chiave della performance mediante diversi esercizi, piuttosto che cercare di riprodurre i gesti e i limiti dell’attività in un singolo esercizio. Pertanto, la specificità dell’impostazione del lavoro fisico può essere immaginata solo sulla scala di un mesociclo o di un macrociclo e non su una sessione o su un esercizio isolato. Tuttavia, anche se considerato in sequenza, il solo principio di specificità non è sufficiente per ottimizzare la ricerca della prestazione nella preparazione fisica: è importante tenere presente che non si ottiene un adattamento specifico solo attraverso una richiesta specifica. In tal caso, la pratica di un’attività sportiva sarebbe di per sé sufficiente nello sviluppo delle qualità fisiche dello sportivo. Perché alla fine, cosa potrebbe esserci di più specifico della pratica dell’attività a cui ci riferiamo?

L’esperienza ci mostra che questo non è sufficiente per indurre gli atleti ad essere performanti al massimo livello della loro disciplina, nel modello dello sport professionale contemporaneo. Pertanto, la struttura di una prestazione mediante analisi della disciplina deve essere obbligatoriamente associata ad una analisi delle esigenze dell’atleta. Da questa analisi comparativa deriverà l’istituzione di un cosiddetto allenamento funzionale, che risponde sia ai vincoli imposti dalle specificità della disciplina sia a quelli derivanti dal profilo dell’atleta.

Titolo originale:

Réflexion sur les concepts de spécificité et d’entrainement fonctionnel

Tratto da:

Sciences du Sport et de l’Exercice; pubblicato nel mese di marzo 2019

Tradotto e adattato da:

Graziano Camellini