La sindrome del tunnel carpale è una condizione clinica dolorosa determinata dalla compressione del nervo mediano a livello del polso [1].
La causa della compressione risiede nell’aumento della pressione presente nel tunnel carpale, distretto anatomico formato dalle ossa carpali e dal legamento trasverso, all’interno del quale passano i tendini dei muscoli flessori di carpo e dita e il nervo mediano [1].
Negli Stati Uniti questa problematica riguarda l’8% della popolazione con un costo annuo per le spese mediche di due miliardi di dollari e un perdita media annuale di 28 giorni lavorativi [2;3].
Tra i fattori di rischio conosciuti si evidenziano quelli lavorativi (ripetuti movimenti di flessione del polso), l’età, l’obesità, l’uso di pillola anticoncezionale, il diabete di tipo 1 e tipo 2 [4;5].
Il paziente riferisce dolore o sensibilità alterata nel territorio di innervazione del nervo mediano, atrofia dei muscoli tenari della mano e aggravamento dei sintomi nelle ore notturne durante il riposo. Il Tinel Test, il Phalen e il Durkan potrebbero risultare positivi determinando un aumento della sintomatologia durante la loro esecuzione [6].
Nei casi di più difficile interpretazione si ricorre all’uso della elettromiografia come strumento diagnostico [7].
Il trattamento di questa condizione prevede inizialmente il riposo dall’attività sportiva o lavorativa, l’applicazione di ghiaccio a livello locale e l’eventuale assunzione di farmaci antinfiammatori non steroidei. Talvolta l’uso di diuretici è utile per determinare una decompressione del nervo a livello del tunnel carpale e per limitare la dolorabilità.
L’uso di tutori ortopedici si è rivelato essere utile nella riduzione sintomatologica, specie nei casi in cui alla base del problema vi è un uso eccessivo della muscolatura flessoria dell’avambraccio [8]. Anche le iniezioni locali di farmaci corticosteroidei determinano ottimi risultati nell’alleviare il dolore nel breve termine [9].
Purtroppo, nel lungo termine, la percentuale di pazienti che mantengono i risultati positivi ottenuti da questa procedura è inferiore a quella del breve termine [10].
La terapia fisica locale deve mirare a ridurre la pressione a livello del tunnel carpale. Il piano di trattamento deve dunque coinvolgere tutte le strutture che formano questo distretto anatomico, quelle che vi passano al suo interno e agire per migliorare il drenaggio dell’arto superiore. Il trattamento dei muscoli flessori del carpo e delle dita è utile per ridurne la tensione a livello della loro componente tendinea.
Liberare le articolazioni carpali permette di ristabilire la fisiologia e la biomeccanica delle strutture su cui si inserisce il legamento trasverso del carpo. Lavorare in maniera più generale la componente miofasciale e articolare dell’arto superiore consente di migliorare eventuali zone di restrizione che ostacolano il ritorno venoso e linfatico. Questo effetto viene potenziato dal trattamento dell’area toracica e diaframmatica.
L’azione del diaframma crea una pressione endotoracica negativa che contribuisce in maniera consistente al ritorno venoso e linfatico. Assicurarsi che diaframma e torace agiscano in maniera fisiologica significa contribuire a migliorare ulteriormente il ritorno venoso anche dell’arto superiore.
Qualora le terapie conservative risultassero inefficaci, si può sempre ricorrere alla chirurgia. L’operazione può essere eseguita con tecnica endoscopica o a cielo aperto e ha l’obiettivo di decomprimere il nervo tramite resezione parziale del legamento trasverso del carpo. Nel caso questa sindrome fosse presente bilateralmente, vengono operati simultaneamente i due carpi. Si è infatti visto che in questo modo i tempi di recupero sono inferiori rispetto a due distinte operazioni effettuate in maniera ravvicinata [11].

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