All’inizio di questa Olimpiade mi è stato chiesto di commentare le medaglie dell’atletica italiana. Non essendo un commentatore sportivo, in un primo momento mi sono rifiutato, pensando che per l’occasione saremmo stati subissati, tra carta stampata e organi di comunicazione, da commenti di ogni tipo relativi alle imprese degli atleti italiani, impegnati in tutte le discipline olimpiche e in tutte le specialità dell’atletica leggera.

Oggi, terminati i Giochi Olimpici, posso dire che tutto ciò si è puntualmente verificato. Ogni sera bravi giornalisti e alcuni commentatori, hanno contribuito ad esaltare le imprese degli atleti/e che si sono avvicinati o saliti sul podio olimpico, cercando inoltre di commentare, con il contributo degli atleti stessi, vuoi la mancata qualificazione, vuoi l’eliminazione dal turno di gara. Nei primi giorni le riflessioni dei giornalisti si soffermavano sulle prime medaglie, si tracciava il profilo di qualche atleta, si facevano ipotesi su quale consistenza sarebbe stato il “bottino” italiano. Sembrava una Olimpiade come le altre, anche se spesso ci si spingeva a cercare di capire l’anomalia di questa Olimpiade, senza pubblico, spostata di un anno, e con qualche accenno rivolto alle problematiche legate alla pandemia.

Olimpiadi con il maggior numero di medaglie dell’atletica italiana:
Mosca 1980: 3 ori (Pietro Mennea; Sara Simeoni; Maurizio Damilano) – 1 bronzo (4×400 maschi)
Los Angeles 1984: 3 ori (Alberto Cova; Alessandro Andrei; Gabriella Dorio) – 1 argento (Sara Simeoni) – 3 Bronzi (Maurizio Damilano; Sandro Bellucci; Giovanni Evangelisti)  

Venerdì 30 luglio la prima emozione, qualificazioni del salto in alto con Gian Marco Tamberi, qualche piccolo errore, ma obbiettivo raggiunto con il superamento della misura di 2.28. Si torna in pedana domenica 1° agosto. Sabato 31 luglio, la prima positiva sorpresa, Marcell Jacobs impegnato nelle qualificazioni dei 100 piani, supera il turno e stabilisce il nuovo record italiano con 9”94, supera il turno anche Filippo Tortu con il tempo di 10”10. Si torna in pista domenica per la semifinale. 

La semifinale e la finale sono il preludio di una giornata speciale per i colori italiani. Jacobs si supera due volte, per due volte ritocca il record italiano sui 100 piani, 9”84 in semifinale e un’ora dopo in finale, (prima volta per un atleta italiano) vince l’oro olimpico con 9”80. Pochi istanti prima della fantastica vittoria sui 100 piani, sulla pedana del salto in alto Gianmarco Tamberi, superando la misura di 2.37,  conclude a pari merito  con Mutaz Barshim la gara del salto in alto. Il regolamento prevede lo spareggio oppure oro per entrambi, gli atleti decidono: oro per entrambi. In dieci minuti l’atletica italiana ha cambiato aspetto, quello che stava succedendo in pista era qualcosa di inatteso, imprevedibile. Queste due medaglie non solo coronano il lavoro di due grandi atleti e dei loro tecnici, ma danno, e lo si intuisce subito il giorno successivo, una carica di adrenalina a tutti gli atleti ancora impegnati in gara. Laddove gli atleti/e non raggiungono la finale, stabiliscono nuove migliori prestazioni in ogni specialità. L’atletica italiana a Tokio sta cambiando pelle.

La venti chilometri di marcia segna un nuovo record, tra giovedì e venerdì, prima Massimo Stano e successivamente Antonella Palmisano arrivano al successo olimpico (l’ultima donna a vincere un oro olimpico era stata Gabriella Dorio nei 1500 metri a Los Angeles nel 1984).

Curiosità: Delle 65 medaglie ai giochi olimpici dell’atletica italiana ben 19 (cioè il 29%) arrivano dalla marcia: 10 medaglie d’oro, 1 d’argento e 8 di bronzo

Poche ore dopo la splendida vittoria dell’atleta di Mottola, (Taranto) che ha saputo dare venticinque secondi alla seconda arrivata, la colombiana Sandra Arenas, sulla pista dello stadio olimpico di Tokio, l’atletica italiana compie il suo capolavoro, arriva l’oro storico nella staffetta 4×100 maschile. Lorenzo Patta, Marcell Jacobs, Fausto Desalu e Filippo Tortu disegnano un capolavoro, frazioni di corsa con cambi perfetti, veloci ma sicuri, per far in modo che il testimone non rallenti mai e un finale, dopo il terzo cambio, nel quale un ritrovato Filippo Tortu non concede nulla agli avversari anzi, con una fantastica rimonta e con un guizzo finale come solo lui sa fare, si tuffa sul traguardo per superare l’ultimo frazionista di una Inghilterra che già pensava di avere vinto. Un centesimo separa la staffetta italiana dalla seconda classificata, un centesimo che mette l’Italia sul gradino più alto del podio olimpico. Un trionfo, 37”50 non è sintomo di febbre che sta salendo, (si forse anche quello) ma di un successo senza precedenti, che non solo concretizza il lavoro di squadra, ma un momento che valorizza la voglia di rinascere di questa atletica, che pensava fino all’altro ieri che l’enorme talento proveniente dal giovanile non fosse in grado di concretizzarsi.

Questi sono gli appunti che giorno dopo giorno ho evidenziato per capire se fosse importante commentare questa atletica, i protagonisti, le loro analisi, le loro sensazioni e i loro progetti futuri, poi sabato sulla carta stampata ho trovato un commento che riassume tutto in modo eloquente:

…provate a farvi una idea di cosa significhi allenarsi, per anni, ogni giorno, in una piscina vuota, o su una pista deserta. Nessuna gratificazione, al massimo un allenatore che ti ripete sempre le stesse cose, e il rimbombo del tuo respiro che rimbalza sugli spalti vuoti. Provate ad immaginare una marciatrice, un marciatore, che consuma le suole lungo stradoni asfaltati, rasentando capannoni, stoppie rinsecchite, villette a schiera, rotonde in mezzo al nulla. La televisione e i titoli dei giornali arrivano in cima ad una salita anonima, sudata, massacrante, silenziosa. Uno su mille ce la fa. Dicono tutti, infatti, la stessa frase: questa medaglia mi ripaga di una vita di sacrifici. È la rinuncia a tante altre belle cose specie se si è ragazzi. È il puro dedicarsi a uno scopo, quello scopo, mettendo tra parentesi tutto il resto. (Michele Serra)

Il bilancio per l’atletica leggera italiana in questa Olimpiade senza pubblico, è da ritenersi senz’altro positivo, mai si era saliti sul gradino più alto del podio nella gara del salto in alto, nei cento piani, così come mai la squadra italiana era riuscita a vincere una staffetta, e per giunta la 4×100. Ora arriva il compito più impegnativo per gli “addetti ai lavori”, gestire e valorizzare, gestire questo patrimonio che abbiamo toccato con mano e che finalmente si è rivelato, valorizzare l’enorme talento che abbiamo scoperto di avere. Non abbiamo alibi. Siamo italiani, siamo anche bravi, ingegnosi, tenaci e disposti al sacrificio, capaci di volare per cento metri, marciare per venti chilometri o saltare l’impossibile non solo per una medaglia olimpica ma anche per la vita quotidiana.

Graziano Camellini

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