I tecnici fanno un percorso generazionale diverso in base al periodo nel quale entrano nel sistema atletica. La nostra è stata una generazione fortunata perché insegnare Ed. Fisica non era solo un’aspettativa ma la realizzazione di un fuoco interiore e una reale possibilità d’inserirsi nel lavoro. Tra gli anni ‘80 e ‘90 abbiamo inseguito un sogno, quello di poter allenare gli atleti senza trascurare il lato estetico del gesto. Nel tempo le cose sono mutate, gli eventi e la ricerca personale ci ha condotto progressivamente verso un’attività più mirata e tecnica. Questo non ci ha impedito però di lavorare per rendere bello ed armonioso quanto facevano gli atleti in campo.

Negli anni ’80 avevamo un approccio prettamente “Edonistico”[1] all’atletica leggera, ci piaceva veder correre certi atleti perché esprimevano una fluidità del gesto che appagava il nostro lato estetico del fare sport. La cosa ci soddisfaceva e assumeva importanza in quanto condizionava l’eserciziario tecnico e spingeva chiedere agli atleti espressioni meccaniche che curavano particolari rivelatesi nel tempo ininfluenti e in qualche caso anche poco produttivi. Ricordo con piacere un nostro atleta che correva in modo armonioso ed elastico, essendo dotato di buone qualità raggiunse un conseguente livello prestativo arrivando tra i primi agli Italiani Juniores. Questa condizione consentì di collocarlo ad una società di Milano dove tra l’altro coprivo il ruolo di triplista sociale. Il ragazzo si trasferì nel capoluogo lombardo e cambiò guida tecnica. Al campionato di società d’inizio stagione lo vidi gareggiare, non usava più il piede in forma elastica ma lo teneva piatto e si poggiava sulla coscia dando l’impressione di aver perso il suo originario assetto e anche le sue qualità “estetiche”. Reagii avventandomi sul responsabile tecnico che lo seguiva e tirai su un putiferio. In quell’occasione avevo anche ragione visto che sotto il profilo prestativo era pure peggiorato.

Ma l’atletica è fatta così, va a lustri, nel senso che ogni cinque anni si scoprono nuove verità, cambiano i metodi e la loro applicazione tende a cancellare le modalità precedenti. Negli anni mi sono accordo quanto sia importante usare un metodo integrativo delle esperienze. Nello sviluppo della forza, ad esempio, l’applicazione delle nuove modalità ha sempre dimostrato solo vantaggi iniziali. Il cambiamento di lavoro ottiene inizialmente effetti perché rilancia stimoli la dove l’atleta si è assuefatto alla tipologia precedente, la variabilità e la ripresa di sproni assume una valenza molto elevata risultando determinante per accrescere la prestazione.

Anche noi avevamo bisogno di mutare ciclicamente e negli anni ’90 ci siamo spostati decisamente verso un’espressione del gesto più tecnica e asettica. Ricordo che in quel periodo cercavamo traduzioni di quanto pubblicava la rivista Nuova Atletica dal Friuli soprattutto riguardo le esperienze maturate dai russi. Eravamo tecnici giovani, infervorati dall’apprendere nuovi metodi di allenamento, stimolati all’idea di poter applicare le “vincenti” strategie dell’est. Mai ci eravamo posti il problema che i risultati potevano essere figli del doping, convinti che gli atleti dell’unione sovietica fossero vittoriosi e basta.

Questo tipo di approccio all’atletica era decisamente più scientifico ed ha permesso l’introduzione di contenuti fondamentali come la programmazione e la distribuzione razionale dei carichi, conseguentemente ha favorito un lavoro più mirato e articolato. Quello sovietico sarà stato un regime ma dimostrava anche una stretta collaborazione tra sport e scuola da noi persa tanti anni fa. I Russi erano pragmatici, prendevano tre classi delle superiori ed imponevano altrettanti percorsi. Se erano interessati a verificare una metodologia riguardo lo sviluppo della forza massima facevano eseguire a tutte e tre le classi un test iniziale in riferimento all’obiettivo. Un primo gruppo (Quello di riferimento) seguiva la normale programmazione scolastica, il secondo inseriva un lavoro di forza classico e la terza classe sperimentava quello innovativo (Ad esempio di forza eccentrica con cadute in tenuta isometrica dalle spalliere). Al termine del trimestre tutte e tre le classi venivano nuovamente testate per appurare quale fossero i risultati e individuare chi aveva ottenuto i progressi più rilevanti.

Successivamente, la passione e la voglia di crescere indusse a spostare le nostre attenzioni su quanto facevano i tedeschi, i francesi e gli altri paesi dell’est. E’ così che i nostri interessi si sono trasferiti progressivamente verso l’aspetto tecnico. Nell’andare del tempo, questa mentalità “tecnicistica” ha favorito l’introduzione sistematica dei test e di nuove tipologie di lavoro portando anche ad un deciso miglioramento prestativo dei negli atleti. Restava però ancora aperta e inesplorata la porta dell’aspetto didattico.

Come insegnanti eravamo favoriti. Com’è noto la scuola Italiana non impone rigidi programmi scolastici, tanto è vero che ognuno fa eseguire agli alunni quello che vuole. C’è chi prescrive ai propri alunni di fare solo calcetto, pallavolo, pallacanestro o pallamano e chi in rispetto alla professionalità si preoccupa degli aspetti didattici, educativi e motori nel senso più ampio del termine. Infine ci sono coloro che approfittano di questa situazione per leggersi il giornale.

Per gli allenatori della mia generazione la scuola è stata la grande occasione per elevare il livello culturale e sportivo degli alunni ed ha costituito una inesauribile fonte di sperimentazione didattica. Ricordo che in campo portavo il valore dell’esperienza scolastica ma sentivo anche il bisogno di migliorare il mio percorso di allenatore specialista. Questa condizione creava stimolo per cercare nuovi riferimenti e orientarmi verso persone più esperte, in grado di insegnarmi qualche cosa di nuovo sotto l’aspetto tecnico – didattico. Per ottenere informazioni ero disposto spingermi lontano da casa e in quegli anni andavo a “spiare” allenatori di riferimento come Palmarin a Padova, Bordignon a Mestre, Ceroni a Vicenza e Zanon ad Udine.

Ed oggi? L’abbandono del campo da parte di coloro che hanno fatto per lunghi anni da riferimento ha lasciato spazi ma anche l’incombenza di sostituirli. Le nuove responsabilità hanno trovato equilibrio nell’amministrare il rapporto tecnico con gli atleti cercando di valorizzare soprattutto le loro peculiarità, imparando a dosare molti dei mezzi di lavoro che un tempo non esistevano. L’allenamento è diventato progressivamente più complicato ed oggi esiste tutto e di più, sia come il materiale tecnico che sotto il profilo didattico, dove le varianti dell’eserciziario sono innumerevoli. Anche le azioni organiche offrono diversificazioni un tempo impensabili, quando ero atleta esistevano solo la corsa, esercizi, allunghi e la pedana. Non è che adesso in periferia si faccia qualche cosa di molto diverso, diciamo che di questi tempi sarebbe possibile e auspicabile modulare l’allenamento e interessarsi con più accurata proprietà degli atleti e questo raramente trova riscontro tra i tecnici.

A fare la differenza è spesso l’esperienza, fattore che non sempre permette di agire in modo più efficace perché si è portati pensare che quanto sperimentato allenando certi atleti possa valere per tutti. Le persone invece si differenziano proprio per le peculiarità che le contraddistinguono e modi differenti di reagire ai carichi e dovrebbe indurre l’allenatore a proporre cose diverse da soggetto a soggetto. Va perciò sottolineato che non va mai scartata alcuna possibilità nell’attingere al patrimonio d’esperienze accumulato, evitando però di farne univoca legge alla quale tutti si devono assoggettare.

Al giorno d’oggi, la mancanza da parte dei giovani atleti di un vissuto pregresso come i giochi di strada ed il lavoro fisico in famiglia, come avveniva un tempo nelle classi rurali, li ha privati di alcuni requisiti fisici e motori, qualità che il tecnico dovrà preoccuparsi di recuperare. Finito il tempo del settore giovanile, periodo nel quale il soggetto lavora in gruppo e solo in particolari occasioni viene gestito individualmente; si dovrà quindi progettare un abito personale preoccupandosi prima di recuperare i deficit e successivamente di esaltare le qualità dell’atleta. A parole è facile esprimere i canoni di un corretto comportamento ma nella pratica di campo il processo di allenamento risulta complicato e permette di operare scelte anche molto diverse.

Tornando al tema di questo scritto devo ammettere che in fondo non ho mai abbandonato l’aspetto estetico, sia esso riconducibile ad un’azione naturale come la corsa o ad una espressione tecnica come trasferire forza ad un attrezzo, inerpicarsi verso il cielo effettuando un salto o avvolgere una barriera.

La bellezza, fluidità, armoniosità nell’esprimere il movimento resta per me un piacere ed un obiettivo. Anzi, ha acquisito ancor più valore da quando il doping è dilagato. Ammetto che oggi sono portato a dubitare dei risultati e guardo con sospetto l’atletica di alto livello. Non sapendo distinguere i buoni dai cattivi mi affido all’aspetto estetico della gestualità e resto affascinato non tanto dal fattore prestativo quanto dalla bellezza dell’espressione tecnica che l’atleta esprime.

In campo cerco quindi di adoperarmi non solo per allenare i miei atleti allo scopo di sviluppare un processo produttivo ma anche per raggiungere, la dove sia possibile, un’espressione sia efficace nella sua realizzazione tecnica che appagante esteticamente.

Se essere edonista è considerata una persona che persegue “il conseguimento del piacere e ne fa lo scopo essenziale della propria vita” ammetto, lo sono.


[1] Edonismo è, in senso generale, il termine con il quale si indica qualsiasi genere di filosofia o scuola di pensiero che identifichi il bene morale col piacere, riconoscendo in esso il fine ultimo dell’essere umano.

Di Fulvio Maleville

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